22 gennaio 2020
Aggiornato 23:30
Stato Islamico

Non chiamateli terroristi. L'Isis «è una forza insurrezionale combattente»

Sgombra subito il campo Germana Tappero Merlo, senior analyst in antiterrorismo e sicurezza, per diversi organismi nazionali e internazionali, e consulente per società private di sicurezza. Studiosa di relazioni internazionali, conflitti e terrorismo dell'area mediorientale, Tappero Merlo cura il sito «Global trend & Security», tra i più cliccati dagli esperti in materia.

TORINO - Non chiamateli terroristi. L'Isis «è una forza insurrezionale combattente, con tanto di capi militari, ex generali della guardia repubblicana di Saddam Hussein, capi dell'intelligence, con una disciplina militare e una capacità tecnica notevolissima. Una forza che gode di consenso popolare, che utilizza anche il terrorismo, ma soprattutto conta su ex combattenti di guerre in Kossovo, in Cecenia, in Afghanistan, in Algeria». Sgombra subito il campo Germana Tappero Merlo, senior analyst in antiterrorismo e sicurezza, per diversi organismi nazionali e internazionali, e consulente per società private di sicurezza. Studiosa di relazioni internazionali, conflitti e terrorismo dell'area mediorientale, Tappero Merlo cura il sito «Global trend & Security», tra i più cliccati dagli esperti in materia.

La ricercatrice ha analizzato il fenomeno Isis fin dalla sua nascita, che avvenne nel 2003 in Iraq, quando nacque come una sorta di spinoff di Al Qaida.

Capeggiata inizialmente da Abu Musab Al Zarqawi, l'Isis «si dimostra fin da subito una organizzazione molto efferata, soprattutto con i civili, tant'è che Al Qaida decide di disconoscere l'Isis intorno al 2006». Poi negli anni prende vigore, prima in Siria dove il nucleo originario dell'Isis combattè contro Assad a fianco di Jabat al-Nusra, gruppo qaedista siriano, poi di nuovo in Iraq. «Se vogliamo anche l'Occidente aiutò indirettamente Isis a rafforzarsi in funzione anti Assad. Abbiamo accettato che questi si rafforzassero tramite le potenze locali, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi, che poi si sono resi conto che la cosa è sfuggita di mano».

Un fenomeno quello dell'Isis che l'Occidente ha sottovalutato ha spiegato Tappero Merlo ad Askanews: «lo stesso Obama recentemente lo ha ammesso». Per la studiosa: «E' mancato il lavoro dell'intelligence sul posto che desse informazioni precise. Non si può monitorare un territorio solo con i droni, perché si perde la capacità di capire che cosa sta avvenendo in certi tessuti sociali». E all'indomani della caduta del regime di Saddam Hussein «non è stata incoraggiata da parte degli americani un'alternativa moderata. La stessa strategia di de-baatificazione dell'intera struttura politica irachena da parte degli Stati Uniti durante l'occupazione ha portato a gravi squilibri, a favore della componente sciita che ha finito per esacerbare il contrasto fra le varie componenti religiose che, in quel contesto, sono anche sociali».

Il petrolio è la principale fonte di finanziamento dell'Isis: «Si sono impadroniti della rete di estrazione, raffinazione e distribuzione che era del mercato nero della vendita di petrolio ai tempi di Saddam Hussein, nata quando noi occidentali abbiamo posto l'embargo» ha spiegato Tappero Merlo. Ma oltre ai pozzi petroliferi controllano «dighe, centri di telefonia, depositi di armi e di cibo, cosa che gli ha permesso di sopravvivere ad un assedio lungo come quello di Kobane». Infine «hanno il sostegno, e non solo economico, di molte tribù locali».

Oggi l'Isis controlla una popolazione di quasi 11 milioni di persone, un'area estesa quasi quanto l'Italia e «ha il progetto di ridisegnare i confini del Medio Oriente, attraverso una rivolta-insurrenzione, realizzando così veramente il jihad globale». Con la Libia l'Isis «adesso sta assaporando il gusto di diventare una specie di brand, di marchio, quindi abbiamo Ansar Al Sharia, gruppo jihadista libico, facente parte prima ad al-Qaeda nel Magreb Islamico, che dice di essere Isis, e questo fa comodo ad Al Baghdadi, ma non è l'Isis stesso. Sono realtà di contesti molto instabili che si affiliano» ha precisato Tappero Merlo.

Realtà che però inducono a riflettere sula «grande degenerazione della sicurezza in tutta l'area Mediterranea».

«Con le rivolte del 2011 non siamo stati in grado, noi Occidente, anche per una mancanza nostra di una politica estera, e mi riferisco all'Unione Europea, di comprendere appieno cosa stesse avvenendo in alcune realtà, come la Tunisia e l'Egitto. Mentre in Libia siamo intervenuti militarmente, senza una exit strategy anche politica. Un gravissimo errore».

Alcune primavere arabe «sono degenerate in guerre civili, poi in guerre intrastatali, vedi Siria e Iraq, con l'Isis che domina sui fronti militari dei due paesi. Non voglio fare allarmismo, ma se continua questa escalation non è escluso che possano esser coinvolti altri attori. E quindi si potrebbe ipotizzare che l'area mediterranea diventi uno scenario di guerra per procura con il coinvolgimento di grandi potenze, dagli Usa, la Cina, la Russia».

Scettica Tappero Merlo sull'ipotesi che tra i barconi di migranti che approdano sulle nostre coste possano anche nascondersi elementi dell'Isis. «Si tratta di spauracchi. Non è pensabile - ha detto - Opterebbero per metodi più sicuri per arrivare da noi. Non dimentichiamo, però, che le bandiere dell'Isis stanno già sventolando in alcuni villaggi della Bosnia. E' un modello che fa presa, che piace a certe frange estreme dell'Islam in Europa, che conquista i giovani europei di origini islamiche, ma non solo».

Quanto al rischio di attentati in Italia: «L'Isis cerca bersagli simbolo. E Roma è l'epicentro della cristianità» come del resto evidenziato ieri dai nostri servizi segreti.

«Il vero Islam però è un'altra cosa dall'Isis - ha concluso Tappero Merlo - I musulmani chiamano l'Isis Dai'sh, che è anche l'acronimo in arabo, ma esprime anche un termine dispregiativo, perché pronunciato con un certo accento significa bigotto della peggior specie».