18 ottobre 2019
Aggiornato 06:30
80,7% di «sì» all'indipendenza

Tra Madrid e Barcellona la sfida è aperta

Il «referendum vietato» segna la vittoria politica per Generalitat di Mas. E sebbene sia stato dichiarato privo di valore legale dalla Corte Costituzionale, testimonia l'ascesa irreversibile del fronte indipendentista

BARCELLONA - Aveva assicurato, circa un anno fa, che il referendum non si sarebbe tenuto: ieri, invece, il presidente spagnolo Mariano Rajoy è rimasto politicamente ferito da quegli oltre due milioni di persone che si sono recate alle urne, testimoniando il proprio dissenso rispetto alla condotta del governo centrale. E sebbene quelle schede rimangano prive di forza legale, dal momento che la consultazione di ieri è stata dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale, quell'80,7% di «sì» - secondo i conti elaborati nell'esecutivo regionale e forniti dai 40mila volontari scrutinatori - rimangono un esempio di mobilitazione civica dall'evidente peso politico.

DATO DA NON IGNORARE - Come commenta la stampa spagnola, non è un dato che possa essere facilmente ignorato: saranno pure dati non verificabili, ma i numeri riportati sono di poco inferiori all'affluenza registrata per il referendum sullo statuto di autonomia del 2006. Da considerare, inoltre, il fatto che, nelle elezioni regionali del 2012, i quattro principali partiti nazionalisti o indipendentisti oggi al governo in Catalogna avevano ottenuto circa due milioni di preferenze: il loro sostegno non è dunque diminuito, ma anzi - in condizioni di voto normale - sarebbe probabilmente aumentato. Fatto ancora più preoccupante per Madrid, sembra essere cambiato l'equilibrio interno al fronte nazionalista: l'indipendentismo, in passato opzione decisamente minoritaria, ha guadagnato sensibilmente terreno.

IL PIL CATALANO 18,8% DI QUELLO SPAGNOLO - Le file ai seggi parlano di una Catalogna persuasa che il resto del Paese le sottragga risorse, che Madrid neghi le infrastrutture necessarie ad affrontare la sfida della globalizzazione, e che, soprattutto, il governo centrale finisca per castrare l'orgogliosa specificità politica, culturale e linguistica catalana. Così, benchè l'UpyD, partito centralista, abbia chiesto il sequestro delle urne e l'incriminazione del governo regionale per malversazione e disobbedienza, il risultato del referendum rimane un segno tangibile della mancata coesione politica, economica e istituzionale del Paese: soprattutto, se si pensa che la Catalogna è al primo posto sia per numero di imprese, che per numero di occupati, e che il suo Pil rappresenta il 18,8% di quello spagnolo. 

MAS: «IL RESPONSABILE SONO IO»«Se cercano un responsabile, eccomi, sono io e il mio governo. E' stato un successo totale. Oggi abbiamo guadagnato il diritto ad un referendum definitivo, come in un Paese civile» - ha dichiarato ieri Artur Mas. Il president catalano alzava di ora in ora i toni della sfida, mentre Rajoy domandava alla polizia locale i nomi dei presidi che mettevano a disposizione del referendum vietato le proprie scuole: gli agenti, però, hanno disobbedito, limitandosi a stilare l'elenco degli edifici senza, però, identificare nessuno.

SEMPRE PIÙ FORTE IL FRONTE INDIPENDENTISTA - Mas può quindi far leva sul voto di ieri per cercare di costringere il governo conservatore a sedersi a un tavolo e negoziare, forte non solo della conferma della solidità della sua base elettorale, ma anche della possibilità che in caso di elezioni regionali anticipate a spuntarla sia il fronte indipendentista di Erc. Tra Barcellona e Madrid, dunque, è guerra aperta.