15 novembre 2019
Aggiornato 22:00
Spagna

Felipe VI, la Terza Repubblica e la crisi catalana

L'abdicazione di re Juan Carlos apre per la Spagna una nuova tappa densa di incognite, la più delicata politicamente dalla transizione della fine degli anni '70. Il nuovo re, Felipe VI di Borbone, ha davanti a sé tre ordini di problemi, in parte collegati fra loro e molto pericolosi per la stabilità e l'integrità dello Stato di cui è a capo

MADRID - L'abdicazione di re Juan Carlos apre per la Spagna una nuova tappa densa di incognite, la più delicata politicamente dalla transizione della fine degli anni '70. Il nuovo re, Felipe VI di Borbone, ha davanti a sé tre ordini di problemi, in parte collegati fra loro e molto pericolosi per la stabilità e l'integrità dello Stato di cui è a capo: la rivendicazione dei repubblicani, che mette in discussione la sua stessa successione; la crisi del modello bipartitico emerso, sia pure in modo imperfetto, dalla transizione postfranchista; la crisi del modello territoriale dello «Stato delle autonomie», particolarmente acuta in Catalogna, motore economico del paese che invoca ormai a gran voce l'indipendenza.

Le proteste di piazza contro la monarchia e per la celebrazione di un referendum fra monarchia e repubblica si sono avute già nelle primissime ore dopo l'annuncio dell'anziano re. Le capeggiano una serie di partiti di sinistra come Izquierda Unida e Podemos, partito rivelazione quest'ultimo alle recenti elezioni europee (7,9% e 5 eurodeputati), nato come forza critica che pesca nel bacino dei votanti delusi dal Partito socialista (Psoe), con particolare attenzione ai giovani. «Se il governo crede che Felipe ha la fiducia della cittadinanza, deve sottoporlo alle urne», ha detto il leader della neo-formazione Pablo Iglesias. E mentre il Psoe, per bocca del suo leader uscente Alfredo Rubalcaba, ha già annunciato che voterà la legge di successione, al suo interno si sono levate voci critiche. In particolare Juventudes Socialistas, la sezione giovanile del partito, si è apertamente pronunciata a favore di un referendum. In Catalogna la forza storica della sinistra indipendentista e antimonarchica, Esquerra Republicana de Catalunya (Erc) ha ottenuto il miglior risultato fra i partiti regionali alle europee (23,6%), e i catalani in generale, per ragioni storiche, sono fra i sudditi dei Borboni più scettici e irrequieti.

Non sembra probabile che l'insieme di queste forze, che - per quanto rumorose - appaiono per il momento minoritarie, sia in grado di impedire l'insediamento del nuovo re sulla base di una legge votata dal parlamento senza referendum popolare: quella legge è di fatto già blindata dal patto previo fra il conservatore e postfranchista Partido popular (Pp), attualmente al governo, e l'opposizione socialista del Psoe. Tuttavia il regno di Felipe non si preannuncia facile: il 23 febbraio del 1981, quando Juan Carlos bloccò uno strano tentativo di golpe guadagnandosi una fama quasi eroica, è ormai lontano e molti cittadini sono nati dopo quello storico evento, soprattutto milioni di giovani disoccupati (in Spagna la disoccupazione giovanile è oltre il 55%).

La monarchia, indebolita e scossa dagli scandali giudiziari di appropriazione indebita e frode fiscale che hanno travolto la sorella di Felipe, Cristina, e suo marito Inaki Urdangarin, e da alcuni passi falsi dello stesso anziano monarca, non vanta più un gran credito presso gli spagnoli: l'ultimo barometro ufficiale situa la fiducia che i cittadini nutrono nell'istituzione monarchica a 3,72 punti su 10 (dato per certi versi inquietante, solo Guardia civil, polizia e Forze armate superano i 5 punti). In assenza di forti cambiamenti nel sistema politico, l'immagine di un re giovane e un po' più moderno non basterà a risolvere i problemi di fondo, e il repubblicanesimo potrebbe crescere fino a diventare una spina nel fianco per il nuovo monarca.

Altro problema critico è quello del modello territoriale dello Stato, il sistema delle autonomie nato dalla transizione per consentire un decentramento amministrativo nelle regioni con identità storica e nazionale specifica (specialmente Catalogna e Paesi Baschi). Questo modello fu subito allargato a tutte le regioni, con notevole spreco di denaro pubblico e favorendo la creazione di potentati politici locali inclini alla corruzione. La regione a più forte identità storico-culturale propria, la Catalogna, che nel 2006 aveva approvato un nuovo Statuto di autonomia, votato con referendum popolare regionale e col sigillo dell'approvazione del parlamento spagnolo, lo ha visto sostanzialmente annullato da una sentenza del 2010 del Tribunale costituzionale (istituzione di scarso prestigio a causa della sua politicizzazione), su ricorso della destra del Partido popular. Da qui una forte mobilitazione della società civile catalana per l'indipendenza dalla Spagna - rivendicazione storica in Catalogna, ma in qualche modo sopita nei primi 30 anni dopo la fine della dittatura; una spinta, quella indipendentista, rafforzata dalla crisi economica e da una serie di altre campagne del governo centrale del Pp, come quella per riformare il sistema di istruzione pubblica in lingua catalana e «spagnolizzare gli studenti catalani» (nelle parole del ministro dell'Istruzione di Madrid, Ignacio Wert).

Le inchieste attualmente danno i favorevoli all'indipendenza in Catalogna intorno al 52%, circa 20 punti in più rispetto a prima del 2010. Anche se la celebrazione di un referendum sull' indipendenza fissato dal governo regionale catalano per il prossimo 9 novembre è a rischio per ragioni legali, la marea indipendentista sembra destinata comunque a continuare a crescere, in assenza di una profonda riforma costituzionale in senso federalista. Questa, per essere efficace dovrebbe andare incontro ad alcune rivendicazioni catalane e modificare in senso più equo i trasferimenti fiscali interregionali. Non è un caso che la prima forza politica a chiedere l'abdicazione di re Juan Carlos, più di un anno fa, sia stato il Partito socialista catalano (Psc): emanazione locale del Psoe, il Psc ha cercato - finora con scarsissimo successo - di giocare la carta della riforma federale come "terza via" fra il neo-centralismo di Madrid e l'ondata indipendentista in Catalogna. L'obiettivo di una abdicazione, secondo i socialisti catalani, sarebbe stato una «seconda transizione» che avrebbe potuto, fra le altre cose, disinnescare le spinte centrifughe.

Ma al di là delle sue limitate prerogative - il re non ha poteri formali in materia di riforme costituzionali - la strada di Felipe verso una «seconda transizione» che sia qualcosa di più di un vuoto slogan è molto stretta: i conservatori del Pp al governo si sono finora opposti ferocemente a qualsiasi ipotesi del genere, vedendovi l'anticamera della disintegrazione della Spagna e un cedimento alle richieste dell'opposizione socialista. In passato, oltre che da sinistra, la monarchia è stata attaccata anche dalla destra ultrareazionaria, per la quale Juan Carlos sarebbe stato colpevole di non aver bloccato le iniziative del governo di José Luis Zapatero sull'Eta e per l'approvazione dello Statuto di autonomia catalano, poi bocciato. Prima che la Spagna abbia un governo più incline a riforme costituzionali di rilievo potrebbero passare almeno altri due anni: e in quei due anni il movimento per l'indipendenza della Catalogna crescerà ancora.