21 luglio 2019
Aggiornato 04:30
Dazi

Così i dazi di Trump colpiranno la nuova politica industriale di Marchionne

Dilaga il panico sui mercati finanziari per i dazi Usa: ma il vero problema è la politica industriale italiana

ROMA - Cosa accade quando un presidente sopra le righe, visibilmente alterato dal suo ego ipertrofico, crassamente ignorante e presuntuoso, sostiene un concetto giusto? La giustizia sulla bocca degli «ingiusti» perde essa stessa di valore e peso morale? Sono dilemmi morali antichi, a cui da Platone in avanti, e ancor prima in ogni parte del mondo, filosofi e non hanno dato la loro risposta. I sofisti amavano discorrere per discorrere, e il giusto come l'ingiusto lo slegavano dal pensiero profondo e vero dell'essere umano. Il materialismo distaccò defnitivamente la realtà delle cose, le cose come stanno, dalla soggettività. Trump, sui dazi, ha ragione. Dopo decenni di globalizzazione, senza regole e fondata sul darwinismo monetario, il presidente statunitense pone un limite al mito del libero scambio. Ha ragione mille volte, e solo una incredibile, e per molti aspetti senza precedenti storici recenti, sottomissione culturale all'egemonia tedesca produce l'ondata di isteria «anti dazi» che sta travolgendo l'Europa.

Dagli Usa una lezione
In partilcolare il panico italiano appare senza senso: il tracollo ddel mercato azionario altro non è che l'incasso di una crescita ormai triennale non fondata su alcun dato macroeconomico. Le Borse scendono per le prese di beneficio, non per i dazi di Trump. Il quale punta a colpire il cuore del dominio economico tedesco: il loro surplus di bilancio, ottenuto grazie alla svalutazione della loro moneta con l'introduzione dell'Euro che, a differenza di tutte le altre monete europee - ma in parte anche con il dollaro - si sono prima rivalutate e poi cristallizzate. Il surplus di bilancio tedesco è da anni irregolare, al di là di tutti i parametri comunitari di bilancio ma bellamente ignorato, fondato sulle esportazioni della Germania in tutto il mondo, ma in particolare negli Usa. Sono avanzi commerciali superiori a quelli della Cina: si tratta di bullismo economico, lo stesso conosciuto fin dai tempi delle colonie. La situazione è realmente insostenibile per tutti, ma solo gli Usa hanno la possibilità di reagire. In particolare è l'esportazione di acciaio, lavorato e semilavorato, a fungere da volano dell'economia tedesca.

Acciaio, la base dell'economia
950mila tonnellate di acciaio esportate nel 2017: seconda, ben distanziata, l'Olanda con 630mila tonnellate e terza la Francia con le sue 237mila tonnellate. La Germania produce acciaio, lo esporta e dà lavoro ai suoi operai. Donald Trump mantiene la promessa della campagna elettorale e impone dazi nei confronti dell'Unione Europea (oltre Canada e Messico): 25% sull'acciaio e 10% sull'alluminio. In particolare sull'acciaio le imposte colpiranno quasi 5 milioni di tonnellate di prodotti europei, di cui 3,4 milioni rappresentati da prodotti finiti e 1,5 milioni di prodotti semi-finiti e altri prodotti, come cavi e tubi. Al di là della scelta propagandistica della Harley Davidson di delocalizzare alcune produzioni in segno di protesta, la decisione del presidente statunitense coglie nel segno perché tenta di riequilibrare un sistema malato. Ma, a ben vedere, i dazi potrebbero colpire in particolar modo l'Italia.

Marchionne ha fatto i calcoli giusti?
Fca, il gruppo nato dalla fusione di Chrysler e Fiat, ha deciso da tempo, lo ha deciso Marchionne in realtà, di chiudere in tempi abbastanza stretti la produzione di auto di fascia medio bassa e dare ampio spazio alla gamma alta. Il destino per il marchio Fiat e Lancia, e quindi per milioni di auto e decine di migliaia di lavoratori italiani, è segnato. La Fca, ovvero la fabbrica delle fabbriche italiane, punta su Alfa Romeo, Farrari e Maserati. E dato che la congiuntura economica italiana, peraltro ormai incancrenita da anni, non dà segnali di miglioramento, questa guerra dei dazi colpirebbe inesorabilmente le scelta fatte da Marchionne e dagli Agnelli. I due grandi mercati di riferimento dove vendere auto di alta gamma sono infatti gli Stati Uniti in primis, e la Cina poi. Ovviamente, in un contesto simile, appare evidente l'estrema debolezza di una politica industriale fondata sulle esportazioni, anziché sul mercato interno.

Addio alle auto di fascia medio bassa
Politica che ci espone, ma è cosa nota da secoli, proprio al pericolo delle guerre commericali tra super giganti, nella quale le esportazioni italiane verrebbero travolte. Al di là della qualità dei prodotti si può prendere come metro di valutazione, spannoemtrica finché si vuole, la presenza di auto tedesche in Italia e viceversa. Ovviamente non c'è partita, e l'intenzione di intaccare quote di mercato cinesi e statunitensi da parte di Fca non potrà concretizzarsi, se non in minima parte. Di fatto l'intero piano strategico di Fca rischia di subire un duro colpo. Una via d'uscita potrebbe essere data da una rivalutazione del mercato interno: in questo contesto storico percepito come una barbarie, ma che fino a metà degli anni Novanta ha dato lavoro a centinaia di migliaia di operai italiani. Ma il dado ormai è tratto, e la produzione delle auto di fascia medio bassa, come annunciato solo poco tempo fa, non avverrà più in Italia.