27 maggio 2020
Aggiornato 15:00
Conti pubblici

Il debito pubblico che diventa privato: come la trappola creata negli anni Ottanta disintegrerà gli Stati

Il debito è un male o un bene? Chi ci guadagna? Il settore bancario deve essere pubblico o privato? I dipendenti pubblici sono troppi? Molte domande, e alcune riflessioni per capire il nostro futuro

Il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco
Il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco ANSA

ROMA - Un incubo si aggira per l’Italia, il suo nome è debito pubblico. Queste le sue dimensioni: 2.444.796.300.000: solo oggi i soldi spesi per gli interessi su tale debito sono pari a 150.000.000 di euro. Un miliardo di euro a settimana, quattro al mese, 48 miliardi all'anno. Evoca scenari catastrofici, è sempre collegato con un’idea di obesità istituzionale, di ruberia, ma soprattutto di arretratezza. Chi non ha debito, o ce l’ha basso, è visto come moderno, all’altezza dei tempi. Chi ha molto debito è retrogrado, fuori tempo massimo, visceralmente anticapitalista e anti liberista. E’ davvero così? 

Cosa è il debito pubblico, ma soprattutto a cosa è servito nella storia?
I comuni italiani, ma in realtà tutte le istituzioni locali, da tempo sono stati messi in cura dimagrante attraverso il cosiddetto patto di stabilità, ovvero il progressivo taglio delle risorse da parte degli enti centrali. Ma partire dai comuni, da questi corpi intermedi che tutti conosciamo, può inquadrare meglio la situazione: la stragrande maggioranza dei lettori di questi articolo potrà testimoniare che i servizi del proprio comune negli anni sono decaduti, a fronte di una pressione fiscale in aumento. Questo meccanismo - che va dal locale al nazionale - squisitamente ragionieristico, giunge però dopo la privatizzazione del settore bancario dei primi anni Novanta. Attraverso un parziale controllo originario delle fondazioni di origine bancaria, i comuni, per buona parte degli anni Novanta e Duemila, hanno continuato a indebitarsi come se nulla fosse cambiato. Ma, in realtà, il controllo che esercitavano attraverso le fondazioni era effimero, mentre i nuovi debiti erano tutti drammaticamente veri. Le istituzioni entrarono dentro un meccanismo squisitamente capitalistico per mille motivi: soldi presi in prestito per investimenti, per spesa corrente, nonché per la continua auto celebrazione in chiave elettorale. Soldi presi in prestito con mutui spesso ventennali o trentennali dalle banche di sistema, che davano con generosità, consapevoli che il nuovo ordine avrebbe portato loro frutti redditizi.

Nell'infografica realizzata da Centimetri il tasso di aumento e crescita pro-capite per governo
Nell'infografica realizzata da Centimetri il tasso di aumento e crescita pro-capite per governo (ANSA/CENTIMETRI)

L'esplosione dei derivati
Ad aggravare il fenomeno, verso la metà degli anni Novanta, esplode il fenomeno dei derivati. Le banche che elargivano generosi mutui proposero strutture di copertura finanziaria sui tassi di interesse: inutile analizzarne le ragioni, ci basterà sapere che tali strumenti sono stati l'ennesimo disastro economico per le casse pubbliche. Insipienza, ignoranza - perfino della lingua inglese - spacconeria, nonché condizioni truffaldine con cui i derivati venivano proposti, hanno portato alla creazione di un mostro pari a 163 miliardi di euro. La politica, connotata dall’incapacità di comprendere le nuove regole finanziarie che regolano la finanza pubblica, ha continuato a spendere come se nulla fosse, pensando semplicemente che il debito si potesse contrarre all’infinito. In fondo era sempre stato così: il settore bancario pubblico prima e dopo il conflitto mondiale aveva assorbito il debito in sé. Si chiamava, e si chiama, capitalismo di Stato: un ibrido quindi, tra il capitalismo e il socialismo ottocentesco.

Capitalismo di Stato?
I risultati di quel modello sono storicamente ineguagliati: sviluppo dell’industria, stato sociale, infrastrutture, domanda interna. Il debito pubblico generato all’interno del capitalismo statale ha creato la civiltà in Italia e non solo. L'Iri era un immenso serbatoio industriale, e la stessa Fiat, salvata decine di volte da soldi pubblici, era chiaramente un'impresa mista. La successiva normativa europea, i parametri di Maastricht e dopo il Fiscal Compact, che pone dei vincoli di bilancio stringenti, altro non sono che l’effetto di un indebitamento fuori controllo che lo Stato, nelle sue varie componenti, sempre più contraeva con il settore bancario privato. I burocrati nordeuropei sapevano perfettamente che lo spessore etico-morale dei politici del sud Europa rappresentava un serio pericolo dell’intera architettura sociale europea. Sapevano quindi che essi - i politici - pur di vedersi confermati, ed essendo collusi con un sistema di criminalità organizzata, avrebbero abusato del debito pubblico diventato privato. Ovvero quanto è accaduto.

Il debito pubblico è debito privato
In questo contesto culturale negli anni Novanta e Duemila, quindi dopo il boom del rendimento a doppia cifra dei titoli di stato degli anni Ottanta, è esploso. Lo Stato, attraverso la Banca d’Italia, non era più l’acquirente dell’inoptato: per essere allocato, e quindi per recuperare denaro dal mercato, era necessario aumentare i tassi di interesse. Da qui la vera esplosione del debito pubblico: da cui gli italiani non hanno tratto alcun beneficio. Il principio è quello della crisi greca, paradigmatica di uno schema predatorio. I greci hanno sì truccato i bilanci, ma il debito è stato creato in buona parte con le banche tedesche, che si sono impossessate dei titoli di credito pubblici con rendimenti a doppia cifra: titoli emessi non per finanziare l’economia reale, ma per ricapitalizzare il debito stesso.

Strozzinaggio, si salvi chi può...
E’ il principio dello strozzinaggio, la cui unica regola è piuttosto semplice: un debito si riproduce su se stesso al fine di espropriare la proprietà pubblica, prima, e privata poi, di una comunità. Questo processo è semplicemente inconfutabile. Perché altrimenti non si spiegherebbe perché in Italia, a fronte delle privatizzazioni di massa degli anni Novanta - il feroce taglio della spesa sanitaria, il blocco delle assunzioni nel pubblico impiego, l’aumento dell’età pensionistica, il deterioramento dell’istruzione pubblica, il taglio delle risorse a cultura, l’inesistente intervento in infrastrutture, nonché una pressione fiscale che strangola l’economia – ecco di fronte a tutto questo il debito non solo non scenda, ma salga. Di poco, ma sale. Come un'influenza persistente che anche di fronte agli antibiotici più potenti non recede. Il problema, semplicemente è che quanto noi pensiamo sia una semplice influenza in realtà è un cancro. Si potrebbe dare la colpa al settore pubblico, obeso di una struttura inutile, i famosi fannulloni. I numeri però raccontano un problema diverso.

Cosa dicono i numeri
Uno studio dell’Eurispes pubblicato nel 2016 questi dati: in Italia si contano 58 impiegati nella Pa ogni 1.000 abitanti, contro i 135 della Svezia, i 94 della Francia, i 92 del Regno Unito, i 65 della Spagna e i 54 della Germania. Inoltre, segnala sempre il rapporto, negli ultimi 10 anni l'Italia ha visto diminuire i propri dipendenti pubblici del 4,7%, mentre tutti gli altri hanno assunto: +36,1% in Irlanda, +29,6% in Spagna, +12,8% in Belgio e +9,5% nel Regno Unito. I lavoratori del pubblico impiego «pesano» per l’11,1% sul nostro Prodotto interno lordo. Anche in questo caso i numeri sono più bassi rispetto al resto dei partner europei. Basti pensare che in Danimarca il dato è pari al 19,2%, in Svezia e Finlandia al 14,4% mentre Francia, Belgio e Spagna spendono, rispettivamente, il 13,4%, il 12,6% e l’11,9% del Pil. Il nostro problema è ovviamente un altro: il debito pubblico, contratto con il settore bancario privato, mangia tutte le risorse.

Obiettivo finale: distruggere lo Stato nazione
A cosa serve questo meccanismo? A sciogliere il concetto, nonché la materialità, dello Stato nazione. Niente più confini, fine di ogni regola commerciale, libera circolazione di beni e persone, nonché elevazione e unica regola etica del vivere del principio del dare e avere. Tutto il patrimonio pubblico viene venduto, a prezzi stracciati come nella peggiore tradizione dell'usura, a chi? Alle banche, che in tempi remoti aprirono i cordoni del credito. Una visione capitalista senza mediazione, brutale, capace secondo i teorici di autoregolarsi. Cosa che, secondo la scuola neoliberale, potrà accadere solo se vi sarà uan ferrea politica centrata sul primato del debito: perché esso è lo strumento preposto a svuotare lo Stato – tutto – non solo dell’intero suo patrimonio, ma della sua stessa funzione. E’ un cambiamento epocale, e probabilmente inarrestabile. Dove ci porterà, nella nostra vita quotidiana, non è ancora chiaro. 

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