19 novembre 2019
Aggiornato 06:00
Fisco

Paradise Papers, ecco servito il ritorno allo stato di natura di Thomas Hobbes

Il nome in codice della nuova inchiesta internazionale sui paradisi fiscali all'estero è “Paradise Paper”. E nella spinosa vicenda è coinvolta una lunga lista di VIP

La nuova inchiesta sui paradisi fiscali all'estero coinvolge molti VIP internazionali
La nuova inchiesta sui paradisi fiscali all'estero coinvolge molti VIP internazionali ANSA

LONDRA – Il nome in codice della nuova inchiesta internazionale sui paradisi fiscali all'estero è «Paradise Paper». E oggi è su tutte le prime pagine dei giornali. Una gigantesca fuga di notizie e l'abilità di un Consorzio internazionale di circa 400 giornalisti investigativi attivi in 67 paesi e 97 media in tutto il mondo ha reso consultabili oltre 13milioni di documenti riservati che svelano i misfatti dei ricchi e potenti del mondo. La lista di VIP che sono coinvolti, perché accomunati dal fatto di aver investito in società off-shore per evadere le tasse, è lunghissima e contiene nomi eccellenti ed altisonanti. Dalla Regina Elisabetta d'Inghilterra al tesoriere del primo ministro canadese Justin Trudeau, da star della musica come Madonna e Bono fino al campione di Formula 1 Lewis Hamilton, dal segretario al Commercio di Trump all'ex generale pluridecorato Wesley Clark comandante supremo della NATO in Europa. Nessuno di loro ha resistito alla tentazione di diventare ancora più ricco di quanto già non fosse.

Dai «Panama Papers» ai «Paradise Papers»
Ci risiamo. Dopo i «Panama Papers» ecco i «Paradise Papers». D'altronde era solo questione di tempo prima che un altro scandalo sui paradisi fiscali all'estero occupasse le prime pagine dei giornali. E anche stavolta l'inchiesta che svela i segreti degli uomini (e delle donne) più ricchi e potenti del mondo porta la firma dallo stesso network di giornalisti che aveva lavorato a quella delle carte segrete dello studio Mossack Fonseca. Oggi, però, i nomi coinvolti nella mole di file riservati in possesso del giornale tedesco Suddeutsche Zeitung, che li ha condivisi con l'International Consortium of Investigative Journalists (Icij), sono ancora più illustri. Nel mirino degli investigatori è finito anche il 4 volte campione del mondo di Formula 1, Lewis Hamilton che, grazie alla consulenza della Appleby, lo studio professionale al centro della vicenda, avrebbe trasferito il proprio jet privato, un Bombardier Challenger 605 da 27 milioni di dollari, dalle Isole Vergini Britanniche a Man, evitando di pagare 5,2 milioni di dollari di Iva.

VIP e multinazionali coinvolte
E neppure l'amatissimo frontman degli U2, Bono, avrebbe resistito alla tentazione di evadere le tasse: dai documenti si evince un suo coinvolgimento nella vicenda per un investimento in Lituania nel 2007, uno shopping center che avrebbe evaso 47mila euro di imposte. Bono nelle scorse ore si è detto «rammaricato», ma anche sollevato per il fatto che la notizia sia finita sui giornali. La lista dei presunti evasori, però, è ancora molto lunga e variegata: coinvolge perfino la Regina Elisabetta d'Inghilterra, la regina Noor di Giordania, il tesoriere del primo ministro canadese Justin Trudeau, il segretario al Commercio di Trump, l'ex generale pluridecorato Wesley Clark (comandante supremo della NATO) e Madonna. Insieme a colossi multinazionali come Apple, Nike, Uber e tanti altri. Anche la Apple, infatti, sembra invischiata nella spinosa vicenda, ma la società di Cupertino, pur ammettendo il trasferimento del proprio «baricentro fiscale» a Jersey, piccola isola del Canale della Manica - dove guarda caso l'imposta sui profitti delle società è pari a zero - ha fatto sapere di essere nel giusto perché i profitti di un'azienda sono tassati in base a dove viene creato il valore e la maggior parte del valore dei prodotti Apple viene creata negli Stati Uniti, perciò è lì che la maggior parte dei tributi deve essere versata.

Il ritorno allo stato di natura di Thomas Hobbes
Che si voglia credere o meno alla versione della Apple, di certo questa nuova inchiesta sui paradisi fiscali all'estero accende i riflettori sulla pessima condotta dell'elite finanziaria globale, che cerca in ogni modo di evitare di pagare le tasse ricorrendo ad artifici contabili più o meno leciti a seconda dei casi. Basti pensare che la maggior parte dei 13 milioni di documenti che coinvolgono i potenti del mondo e il loro denaro fanno capo a due società offshore: Appleby, nelle Bermuda (con ben nove filiali in altrettanti paradisi fiscali) e Asiaciti Trust, con quartier generale a Singapore e altre 7 sedi – guarda caso - nelle isole Cook, Hong Kong, Panama e Samoa. Ricordiamo che le offshore sono società estere collocate in paesi dove non esistono tasse sui profitti e dove i titolari possono tenere segreti i conti dei loro patrimoni. Una sorta di «scatole vuote», prive di uffici veri e propri e senza dipendenti, ma in grado di drenare miliardi di euro dai conti pubblici dei bilanci statali. Ora il problema non è l'evasione fiscale in sé per sé, ma le conseguenze che ne derivano. A causa della condotta egoistica dei ricchi e potenti del globo, che così facendo ripropongono né più né meno che lo stato di natura discusso dal filosofo inglese Thomas Hobbes nel quale vigeva l'istinto di sopravvivenza dell'homo homini lupus, la ricchezza mondiale complessiva viene redistribuita a vantaggio dei più ricchi e a svantaggio dei più poveri. Il risultato finale è che il ricco diventa più ricco e il povero ancora più povero. Le disuguaglianze aumentano ancora e ancora, insieme alle tensioni sociali che rischiano di esplodere da un momento all'altro sul Vecchio e sul Nuovo continente. Ma questo, evidentemente, ai grandi del pianeta troppo impegnati a contare i bilioni del loro conto in banca poco importa.