3 agosto 2020
Aggiornato 17:00
Un gatto che si morde la coda

Foodora, ovvero la distruzione della domanda interna che il ministro Poletti non vede. O fa finta

Anche il ministro Poletti ha detto la sua su Foodora, e sulla rivolta degli app-fattorini. Peccato che anche lui abbia contribuito a creare il terreno in cui prospera la stessa Foodora

ROMA - Tutti parlano di Foodora (lo abbiamo fatto anche noi del DiariodelWeb in questo editoriale: "Il caso Foodora anticipa il lavoro che rimpiangeremo. Perché il futuro è molto più oscuro"), e quindi anche il ministro del Lavoro ha avuto la bella idea di dire la sua. Come quando muore un grande personaggio e sui social tutti sentono il dovere di esprimere il proprio pensiero anche se non ne sanno nulla.

La solidarietà non costa nulla
La solidarietà, in fondo, non costa nulla. Bastano poche parole, e, come noto, la relazione tra la parole e le cose è una categoria dello spirito, inarrivabile. Peraltro fuori moda, mai come oggi. Le parole, a proposito, sono queste: «Ho letto con sorpresa la situazione che si è verificata in questi giorni, a fronte di una manifestazione di giovani che lavorano in bicicletta. E questo è solo un caso: sappiamo che ci sono situazioni anche più complesse». Sono del ministro del Lavoro Poletti.

I fatti
I fatti, a proposito, sono questi: «Complessivamente, da agosto 2008 (inizio della sperimentazione sull'utilizzo dei voucher per vendemmie di breve durata) al 30 giugno 2016 risultano venduti 347,2 milioni di voucher di importo nominale pari a 10 euro. La progressiva estensione degli ambiti oggettivi e soggettivi di utilizzo del lavoro accessorio è andata di pari passo con l’aumento della vendita dei voucher» . Questo è il calcolo prodotto dall’Inps sul lavoro accessorio, aggiornato al secondo semestre 2016. L’aumento dell’utilizzo di voucher è pari al 40% sul 2015.

Distruzione della domanda interna
Ci si potrebbe soffermare sulla evidente distorsione cognitiva di cui soffre il ministro Poletti, e con lui l’intero Governo. Ma sarebbe un’analisi troppo semplice, che troverebbe come risposta il muro retorico del «pragmatismo». Il ministro quindi può difendere i «rider», cioè i galoppini, a parole, ma nella pratica lavora per rendere fertile il terreno in cui prospera Foodora. Il processo è ormai trentennale. Sempre l’Istat, spiega che nell’attuale fase di stagnazione deflattiva «un apporto positivo giunge dalla domanda estera», quindi dalle esportazioni. Isolata, è una buona notizia: nel secondo trimestre del 2016 le esportazioni sono cresciute il doppio rispetto alle importazioni.

Cresce l'export, ma...
Le esportazioni italiane sono cresciute del 2,7% rispetto al secondo trimestre del 2015, mentre l’aumento delle importazioni si è fermato a +1,6%.  L’Istat fa notare che il dato deludente sul Pil del 2016 è dovuto in parte «al contributo negativo della domanda interna». L’indicatore delle vendite di beni e servizi, pubblicato a settembre da Confcommercio, registrava una brusca frenata dei consumi: un modesto +0.7% contro il +1,2%. Altro dato: le famiglie povere italiane sono aumentate del 177% in dieci anni, ed hanno raggiunto quota 4,6 milioni: non è mai stato registrato un numero così elevato.

Stimoli monetari una tantum
Dal 1936 sappiamo che l’offerta non genera la propria domanda. Sappiamo invece che i cicli economici sono fortemente influenzati dalle aspettative. In questo momento l’Italia, come l’Europa, tenta di spingere la domanda aggregata interna attraverso stimoli monetari una tantum. Ma il dilagare dei voucher, l’idea di un futuro precario o, ancor più reale, privo di lavoro e reddito in forma strutturale, rende le aspettative sul futuro saldamente negative. Domanda estera e domanda interna dovrebbero compenetrarsi, in un equilibrio fisiologico. Ma l’ossessione per la competitività sul costo del lavoro ha reso irraggiungibile un punto di equilibrio.

Politiche regressive
Osservando l’andamento dei cicli economici, l’apporto della domanda estera netta si annulla o diventa negativo per la maggior parte delle nazioni avanzate: non ha più alcun effetto trainante dato che aumenta l’indebitamento con l’estero. Dal 1995 al 2008, ultimo periodo di espansione economica che si ricordi nell'Unione europea, la crescita cumulata del Pil in termini reali è stata generata, per ben 16 delle economie dell'Ue (tra cui quattro delle 5 principali, cioè Gran Bretagna, Francia, Italia e Spagna), dalla sola domanda interna. Nei successivi quattro anni, a fronte di politiche pubbliche regressive, si è avuta un’espansione generalizzata delle esportazioni e il crollo della domanda interna. Ovviamente, tali situazione deriva da un combinato di svalutazione salariale e aumento della pressione fiscale.

La teoria
La teoria, estremamente complessa, si può così riassumere: se gli italiani lavorano, guadagnano normalmente senza il timore di essere licenziati domani mattina, ma solo per giusta causa; se la pressione fiscale è normale e non rasenta lo strozzo, allora essi consumano e il Pil cresce. In caso contrario ci si trova dentro una  decrescita infelice.

Risparmio in aumento
Solo pochi giorni fa è arrivata l’ennesima prova che delinea i contorni di un quadro fosco: il tasso di risparmio delle famiglie nell'Eurozona è stato del 12,8% nel secondo trimestre del 2016, in rialzo dal 12,6% del primo trimestre. Lo comunica Eurostat. Nello stesso periodo, il tasso di investimenti delle famiglie nell'Eurozona è stato dell'8,6%, a fronte dell'8,4% del trimestre precedente. All’aumentare delle aspettative negative, la propensione a risparmiare cresce. Che in questo contesto giungano stimoli monetari una tantum, oppure che il ministro del Tesoro dica che essere sfruttati come muli non è simpatico, è ininfluente. Oggi, che l’attività economica dei giovani, che si addensano nelle statistiche dei disoccupati cronici, è diventato affittare la camera dove vivono nel fine settimana, o l’alloggio lasciato in eredità dai nonni, è semplice comprendere che il circolo vizioso non può che perdurare.

Di fronte alla realtà
Svalutare la moneta non si può. Aumentare i salari non si può. Abbassare la pressione fiscale non si può. Spesa pubblica re-distributrice, successiva ad una seria rivisitazione del buco nero attuale, non si può. Si deve invece: mantenere il cambio fisso, abbassare i salari, rendere la pressione fiscale stabile se va bene, tagliare i servizi. In questo contesto le parole del ministro Poletti a difesa dei galoppini di Foodora risultano vagamente incommentabili.