7 luglio 2020
Aggiornato 05:30
Per via Nazionale la riforma si deve fare

Bankitalia: siamo contro la dittatura delle minoranze

«Per intermediari della dimensione e della complessità delle 10 maggiori popolari italiane la forma societaria cooperativa è un handicap, che va rimosso al più presto», ha esordito il direttore generale della Banca d'Italia, Salvatore Rossi, in un'audizione alla Camera. Il dg ha ricordato che sono nate «nel XIX secolo e sono oggi una peculiarità del nostro Paese»

ROMA - «Per intermediari della dimensione e della complessità delle 10 maggiori popolari italiane la forma societaria cooperativa è un handicap, che va rimosso al più presto», ha esordito il direttore generale della Banca d'Italia, Salvatore Rossi, in un'audizione sul decreto legge (dl) «banche» alla Camera. Rossi ha spiegato che per i grandi gruppi bancari nazionali che operano a livello internazionale, è «è difficile salvaguardare i valori fondanti della cooperazione». In quanto «il legame cooperativo tende a diventare più debole, fino a scomparire, con il crescere della dimensione e della complessità della banca, del numero dei soci».

LA DITTATURA DELLE MINORANZE - Da via Nazionale hanno sottolineato come i «limiti al possesso azionario, finora una delle principali debolezze della governance delle popolari, appaiono sostanzialmente contrari alle finalità della riforma». Secondo Bakitlaia nelle Popolari c'è il rischio di «una deriva» del potere «prolungato e incontrollato» di una «singola figura o di un gruppo di potere espressione di una minoranza». Rossi, ha detto che «negli ultimi anni, di prolungata recessione, di crisi dei debiti sovrani, la Banca d'Italia è dovuta intervenire in non pochi casi di gravi difficoltà di banche di ogni forma giuridica, popolari e non. Spesso le difficoltà sono state acuite, anche in misura drammatica, dall'egemonia prolungata e incontrollata di una singola figura o di un gruppo di potere espressione di una minoranza». Un problema di democrazia per il dg di Bankitalia in quanto «nel 2014 alle assemblee delle banche popolari maggiori ha partecipato in media, contando anche le deleghe, poco più di un socio su dieci. Si tratta comunque di svariate migliaia di persone: mobilitarle implica per gli amministratori la necessità di impegnarsi in una vera e propria campagna elettorale, con ovvi rischi di clientelismo. La democrazia è sacrosanta nelle istituzioni deputate, come questa Camera che mi ospita una malintesa democrazia nella gestione di grandi imprese che devono competere in un vasto mercato è fonte solo di inefficienze e di perdite, a detrimento della collettività».

MODELLO POPOLARE SORPASSATO - Il direttore di Bankitalia ha ricordato che le Popolari sono nate «nel XIX secolo a imitazione di esperienze d'oltralpe e sono oggi una peculiarità del nostro Paese». Il funzionario di Palazzo Koch ha sottolonieato infatti che le banche popolari di maggior dimensione «a cui prevalentemente si indirizza la riforma, non appaiono confrontabili con le forme di credito cooperativo che si osservano oggi in Europa e sono molto distanti dall'originario spirito cooperativo». Secondo via Nazionale inoltre le Popolari italiane «si sono anche notevolmente allontanate dal modello di 'banca del territorio' a cui erano e restano informate le tante banche cooperative presenti in altri paesi europei». Nessuna delle 10 maggiori Popolari, ha riferito, «si avvicina a questo modello. Ad esempio, esse hanno in media sportelli in 60 provincie, un numero vicino a quello (circa 70) delle prime tre banche italiane». Comunque per via Nazionale l'economia italiana continuerà ad avere bisogno «anche di banche piccole e cooperative, che sappiano interpretare i migliori valori di comunità che i territori sanno esprimere, al servizio del tessuto di risparmiatori e di imprese che restano piccole. Ma anche loro dovranno adoperarsi per trovare soluzioni organizzative che le rendano più sane ed efficienti».

RIFORME DI BUON SENSO - Secondo Rossi poi la riforma delle Popolari è auspicabile non perché «lo impongano i regolatori o i mercati internazionali ma perché lo suggerisce il buon senso». Infatti la riforma oltre a facilitare «il ricorso al mercato dei capitali da parte delle banche popolari, potrà anche migliorarne la gestione, nell'interesse dell'economia tutta». Dalla Banca d'Italia hanno quindi sottolineato che «conseguenze negative per l'occupazione discenderebbero dal mantenerle in una condizione di fragilità patrimoniale e gestionale, non da un assetto societario che può anzi facilitare la ricerca di efficienza e di economie di scala». A riprova di ciò Bakitalia ha citato il modello di regolazione e supervisione bancaria che si è affermato in questi anni, che «è incentrato nel rispetto rigoroso di alti requisiti di capitale, in periodiche prove di stress severe e diffuse, nel tempestivo coinvolgimento di azionisti e creditori in eventuali perdite». Secondo il direttore generale di via Nazionale «poter adeguare, al bisogno, il capitale in modo cospicuo e rapido è oggi per una banca prerequisito fondamentale per la stessa sopravvivenza. Può essere necessario farlo accedendo tempestivamente al mercato dei capitali, nel qual caso non bisogna avere vincoli impropri».

BANKITALIA NON HA SCRITTO RIFORMA - Infine Rossi ha affrontato il tema delle fusioni, sul quale ha invitato a non farne «una questione ideologica o di principio. Le aggregazioni possono essere utili o addirittura richieste dal mercato, spetta all'Organo di vigilanza valutare. Se due banche vogliono realizzare un'aggregazione per fusione devono chiedere l'autorizzazione all'Organo vigilanza ». L'Organo di vigilanza a sua volta, ha aggiunto, «valuta sulla base della sana e prudente gestione, sul fatto che l'aggregazione produca un soggetto con un senso industriale e buon posizionamento di mercato e che ci sia efficienza al suo interno e che sia solido patrimonialmente». Quanto alle polemiche sulla parzialità di via Nazionale riguardo al dl banche, il direttore generale ha detto che la Banca d'Italia «non ha scritto la riforma» ma ha «collaborato con il governo come sempre fa quando le viene chiesto». A proposito dei tempi di attuazione delle norme del decreto, Rossi a margine dell'audizione ha detto: «Siamo pronti a scriverle in pochi giorni» dopo i 60 giorni di consultazione pubblica previsti dalla normativa. «Ci metteremo pochissimo tempo», ha precisato.

FIAMME GIALLE DALLA VENETO BANCA - Intanto nei giorni scorsi il mondo delle Popolari è stato scosso da diverse notizie. Ieri, 17 febbraio, Veneto Banca ha tenuto a precisare che la perquisizione condotta dalla Guardia di finanza su disposizione della Procura della Repubblica di Roma «è da ricollegare a una indagine condotta nei confronti dell'ex presidente del consiglio di amministrazione, Flavio Trinca, e dell'ex amministratore delegato - oggi direttore generale -, Vincenzo Consoli, ed è riferita esclusivamente a una ipotesi di 'ostacolo all'attività di vigilanza'». La banca ha spiegato che il consiglio di amministrazione «conferma l'impegno al rafforzamento patrimoniale dell'Istituto, al fine di proseguire l'attività di Banca Popolare a servizio dei territori di riferimento. Il consiglio di amministrazione e la direzione generale di Veneto Banca ribadiscono la piena fiducia nell'operato della magistratura, degli organi investigativi, degli organi di vigilanza e dei propri rappresentanti, nonché la disponibilità a una piena e trasparente collaborazione».

LA PROCURA DI ROMA INDAGA, ETRURIA SOSPESE AZIONI - Il 13 febbraio invece la Procura di Roma ha aperto un fascicolo a carico di ignoti e che non prevede ipotesi di reato, per comprendere meglio la natura di alcune operazioni anomale legate ai titoli delle banche popolari italiane. Gli inquirenti dovranno vagliare sia gli scambi di borsa antecedenti il 16 gennaio ma anche quanto segnalato dal presidente di Consob, Giuseppe Vegas. Fonti vicine alla Procura hanno spiegato che l'inchiesta vertererbbe anche sui rapporti di diversi istituti di credito interessati con gli istituti di vigilanza. Il quadro tende ad assumere i toni della violazione delle norme sull'insider trading. Il sospetto di chi indaga è che si siano registrati decine di milioni di euro di plusvalenze. Su questo ed altro il procuratore capo Giuseppe Pignatone e l'aggiunto Nello Rossi, hanno dato ampia delega investigativa ai militari del Nucleo di polizia valutaria della Guardia di finanza. Sono state chieste specifiche alla Banca d'Italia relative alla Banca Popolare dell'Etruria e del Lazio, commissariata all'inizio della settimana, su richiesta del Tesoro. Intanto la Borsa italiana quel giorno ha sospeso a tempo indeterminato le azioni e le obbligazioni di Banca Etruria.

BAZOLI NELLE INDAGINI SU UBI - L'11 febbraio infine le fiamme gialle si sono presentati nelle sedi di Ubi Banca e della Compagnia delle Opere di Bergamo. Il blitz è stato disposto nell'ambito dell'inchiesta avviata a maggio scorso a carico tra, gli altri, di Giovanni Bazoli, coinvolto nella sua veste di presidente dell'Associazione Banca Lombarda e Piemontese. Il banchiere 83enne è accusato di ostacolo agli organi di vigilanza insieme che di diversi top manager di Ubi Banca. Inoltre il presidente del consiglio di sorveglianza della banca Intesa Sanpaolo e della finanziaria Mittel è accusato di «illecita influenza su assemblea». L'indagine, condotta dalla Procura di Bergamo, era scattata a maggio scorso e ipotizzava il reato di ostacolo agli organi di vigilanza nei confronti di diversi top manager dell'istituto di credito: insieme a Bazoli, anche il presidente del consiglio di gestione, Franco Polotti, il presidente del consiglio di sorveglianza Andrea Moltrasio e il vicepresidente Mario Cera, l'amministratore delegato Victor Messiah e il consigliere di amministrazione di Popolare Bergamo, Emilio Zanetti. Nel mirino del pm di Bergamo, Fabio Pelosi, è finita l'assemblea del 2003 che ha rinnovato i vertici della banca. Secondo l'ipotesi accusatoria, Bazoli e altri dirigenti dell'istituto avrebbero rastrellato deleghe in bianco, in alcuni casi anche fasulle, a sostegno della lista guidata da Moltrasio che poi sarebbe risultata vincente. Nomine pilotate, insomma, grazie anche «all'asservimento» (la definizione è di un investigatore) della Compagnia delle Opere e della Confiab (associazione degli artigiani di Bergamo) che avrebbero contribuito al rastrellamento delle deleghe sospette e che proprio per questo sono state oggetto di perquisizioni da parte della Guardia di Finanza.