20 settembre 2019
Aggiornato 20:00
Il senatore Uras: le perforazioni tornino agli enti locali

La Sardegna protesta: «Cerca il metano, ma non nel mio giardino»

Il parlamentare ha presentato una mozione in cui critica lo Sblocca Italia perché «ha tolto di fatto agli enti locali il potere di decidere su ricerca di petrolio e trivellazioni». Il politico ha spiegato che in Sardegna «l'effetto della normativa si avrà sulla zona di Arborea, interessata dal progetto 'Eleonora'». Peccato che questo venne autorizzato dalla Regione nel 2009.

ROMA – Il senatore del gruppo Misto, già di Sinistra ecologia e libertà, Luciano Uras ha presentato il 6 febbraio scorso una mozione in cui critica, fra le altre cose il decreto legge Sblocca Italia (n. 133 del 2014, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 164 del 2014), perché «all'articolo 38, rubricato 'Misure per la valorizzazione delle risorse energetiche nazionali', ha tolto di fatto agli enti locali (non solo sardi) il potere di decidere su ricerca di petrolio e trivellazioni, trasferendo la competenza delle valutazioni di impatto ambientale su attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi e di stoccaggio sotterraneo di gas naturale dalla Regione allo Stato».

LA QUESTIONE METANO IN SARDEGNA - Il senatore ha spiegato che in Sardegna «l'effetto della normativa si avrà sulla zona di Arborea, interessata dal progetto 'Eleonora', rispetto al quale gran parte della popolazione si è manifestata contraria. In un'area di eccezionale interesse naturalistico, a forte vocazione agricola, si vorrebbe autorizzare la trivellazione per la ricerca di giacimenti di gas naturale». Uras ha infine ricordato che «la Sardegna è l'unica regione a non avere il metano (a seguito anche dell'uscita dal progetto Galsi, società sostenuta oltre che dalla Regione anche da Enel ed Edison) e che l'Energia ha il costo più elevato d'Italia (15 per cento in più) in una realtà nazionale in cui l'Energia ha già un costo maggiore rispetto al resto d'Europa».

NEL 2009 LA REGIONE AUTORIZZÒ PROGETTO - Come ha scritto il comitato «NoProgettoEleonora» nel suo ultimo comunicato stampa però: «Non esistono, al momento, atti ufficiali della Giunta regionale che dichiarano la contrarietà ai progetti di trivellazione previsti nell’isola, sia a terra che a mare. Non esistono nemmeno chiare e nette posizioni politiche da parte dei gruppi consiliari: cosa pensano i vari partiti del Decreto 'Sblocca Italia' e della perdita di sovranità in campo energetico?». Quanto al Progetto Eleonora invece, la Regione Sardegna si è espressa nel 2009, anno in cui la Saras ha ottenuto il mandato esplorativo dall’assessorato all’Industria. La Saras ha ottenuto il «Permesso di ricerca», titolo minerario che consente la sola attività di esplorazione, che le è stato rilasciato dalla Regione Sardegna, d’intesa con gli altri Enti coinvolti, dopo aver analizzato il progetto il programma dei lavori. Due anni più tardi, la compagnia ha chiesto alla Regione l’autorizzazione per poter perforare il pozzo esplorativo, avviando - dopo aver effettuato una fase di screening - la fase di Valutazione d’Impatto Ambientale (Via).

IL RIPENSAMENTO DEL 2014 - Il Via però non è arrivato, perché il Servizio della  sostenibilità ambientale, valutazione impatti e sistemi informativi ambientali della Regione (Savi) il 9 settembre scorso ha archiviato la richiesta della Saras spiegando che il progetto è incompatibile con il Piano paesaggistico regionale (Ppr). A questa decisione si è opposta la compagnia, che ha depositato anche un’istanza di risarcimento. Il Tribunale amministrativo regionale (Tar) ha deciso il 13 gennaio scorso di rinviare la discussione sulla sospensiva chiesta dall’azienda. In una nota della Saras viene precisato comunque che «se la richiesta di esplorazione dovesse superare la dichiarazione di improcedibilità, e concludersi con una positiva valutazione, sarebbe avviato solo il cantiere per l'attività di ricerca, della durata prevista di sei mesi. In caso di conferma della presenza di gas metano, sarà la Regione Sardegna, quale unica proprietaria della risorsa, a decidere come procedere. A quel punto il privato potrebbe chiedere una concessione e presentare una nuova richiesta di Valutazione d'impatto ambientale, allegando un secondo studio sui possibili scenari di coltivazione. Va da sè che, al termine di quella seconda procedura di controllo, l'eventuale sfruttamento avverrebbe solo con modalità che la Regione Sardegna avrà valutato come compatibili con l'ambiente. A fronte di tale coltivazione, alla Ras rientrerebbero royalties e tasse per un totale di 540 milioni di euro, in caso di sfruttamento totale del giacimento». Inoltre la compagnia ha fatto notare di aver investito ad oggi 7,2 milioni di euro «costi sostenuti in studi,  sondaggi e analisi finalizzati a calcolare con esattezza l'impatto sul territorio di un pozzo esplorativo», ai quali vanno aggiunti i canoni annuali.

LA PAURA DEI CITTADINI - Il comitato «NoProgettoEleonora» ha motivato la sua opposizione al progetto adducendo motivazioni anche economiche. «Eventuali danni all’ambiente si ripercuoterebbero automaticamente sull’economia di Arborea, da sempre basata su agricoltura e allevamento. Una minima contaminazione delle falde acquifere comprometterebbe irrimediabilmente la stabilità del nostro sistema economico, mettendo in ginocchio centinaia di famiglie». Ad Arborea infatti, hanno spiegato hanno «sede la Cooperativa Produttori Agricoli e la Cooperativa LatteArborea, che produce il 98% del latte vaccino sardo, coinvolgendo circa 200 aziende per un totale ci 30mila capi bovini. L’installazione di un pozzo per l’estrazione di idrocarburi è totalmente in contrasto con la nostra storia e la nostra economia». Bisogna ricordare infatti che Arborea si trova in una zona paludosa, che è stata bonificata durante il fascismo. Fino al 1921 vi risiedevano solo 69 persone (a causa della malaria), diventate 2168 nel 1931 e cresciute fino a circa 4000 nell'ultimo decennio.

LE RASSICURAZIONI DI SARAS - A queste preoccupazioni ha risposto la Saras, dicendo che non c'è «nessun rischio di contaminazione delle falde e degli strati geologici. La perforazione del pozzo non comporta rischi di contaminazione o di interferenza tra le falde acquifere e nemmeno di messa in comunicazione di strati geologici di profondità diverse». Secondo la società il fluido di perforazione, grazie al suo peso, «sempre maggiore della pressione dei gas e dei fluidi contenuti nei pori e nelle fratture delle rocce attraversate, il fluido di perforazione impedisce fuoriuscite accidentali». Per quanto riguarda le falde superficiali e profonde «saranno completamente isolate e protette dall’infissione nel terreno, fino a 50 metri circa, di un tubo guida e fino a fondo foro da tubi d’acciaio». Inoltre i tubi di «acciaio telescopici con diametri decrescenti rivestiranno il foro del pozzo per tutta la sua profondità e verranno cementati alla roccia incassante. In questo modo il pozzo sarà totalmente isolato, per tutta la sua profondità (2.850 metri)». Quanto ai rifiuti di lavorazione sono costituiti da fluidi e detriti di perforazione. La Saras si è impegnata a raccoglierli temporaneamente in appositi bacini impermeabilizzati, per poi essere affidarli a società specializzate per il successivo smaltimento.