20 gennaio 2020
Aggiornato 01:30
Una settimana dopo il downgrade

I bond americani ignorano S&P

Record negativo dei rendimenti nonostante il taglio da AAA ad Aa+. Determinante il ruolo della Federal Reserve

NEW YORK - Il temuto downgrade di Standard & Poor's del debito Usa deciso venerdì scorso ha avuto un ruolo nell'altalena dei mercati azionari questa settimana, aperta con un tonfo di proporzioni storiche lunedì e chiusa oggi con una seduta di rialzi che ha riportato un po' di tranquillità a Wall Street. Ma la storia di una settimana di passione sui mercati finanziari ha anche un'altra faccia. Mentre stampa e operatori seguivano le giravolte delle azioni, un altro mercato dava uno sguardo diverso al taglio del rating: quello dei titoli di stato, dove il downgrade ha avuto tutt'altro che l'effetto disastroso temuto da molti. La fuga dal debito americano declassato da tripla A ad Aa+ non c'è stata. Anzi, l'opposto: un'ondata di acquisti sui titoli Usa a scadenza biennale e decennale ha spinto i prezzi in alto e i rendimenti in giù. Così in giù da toccare perfino il record negativo: 2,0346 per cento sui bond decennali, toccato il 9 agosto. Un investimento così poco rischioso, secondo il mercato, da avere un rendimento negativo quando si considera l'inflazione.

Il ruolo della Federal Reserve - Certo dietro gli acquisti ci sono anche, dicono gli analisti, la certezza che la Federal Reserve continuerà la politica monetaria di interessi zero e la percezione negativa del debito europeo, che spinge gli operatori verso la sicurezza relativa dei Treasuries americani. Sui quali nessuno teme, nonostante la retorica in arrivo da Washington degli intransigenti del Tea Party, che il governo degli Stati Uniti dichiari l'insolvenza. Persino Standard & Poor's stessa ammette che il default non è la ragione principale dietro il downgrade. Un dirigente di S&P ha rivelato infatti che dietro la decisione non c'è stato tanto il dubbio che l'America non potesse pagare i creditori, quanto il dibattito politico tra posizioni inconciliabili e l'incapacità di tagliare il deficit nel lungo periodo.

Joydeep Mukherji, senior director di S&P, ha detto al giornale online Politico che «quello che volevamo vedere nell'accordo» per alzare il tetto del debito pubblico Usa «era una stabilizzazione nel tempo del debito come percentuale del pil. Volevamo vedere qualcosa di diverso da una linea che continua a salire. Ed è proprio quello che non abbiamo visto». Quindi cattive notizie in arrivo da Standard & Poor's per tutti paesi, per esempio in Europa, dove la curva del deficit in rapporto al prodotto interno lordo non punta verso il basso? Non per forza, secondo Mukherji: «Ogni paese ha le sue dinamiche, il suo teatro, i suoi modi di affrontare queste questioni». Un modo per dire che i rating sul debito dipendono da molti fattori e che non c'è necessariamente in arrivo un altro clamoroso taglio ai danni di un paese a tripla A. La politica tuttavia pesa altrettanto dei numeri, o almeno ha pesato nella decisione sugli Usa. «Nell'arena politica c'era chi parlava di default potenziale», ha detto il senior director di S&P, «e questo genere di retorica non è diffuso nei paesi AAA».