31 agosto 2025
Aggiornato 03:30
Mostra

Le avanguardie dell'animazione, a Nuoro i maestri del movimento

Al MAN dal 30 maggio al 29 giugno la mostra «Passo a due. Le avanguardie del movimento», percorso storico che racconta l'evoluzione dell’animazione, sperimentale e artistica, attraverso l’immagine del corpo, della sua costruzione e del suo montaggio

NUORO - Una mostra unica nel suo genere e assolutamente da vedere quella che si apre al museo MAN di Nuoro il prossimo 30 maggio (fino al 29 giugno): «Passo a due. Le avanguardie del movimento» è un percorso storico che racconta l'evoluzione dell’animazione, sperimentale e artistica, attraverso l’immagine del corpo, della sua costruzione e del suo «montaggio».

Non è un caso che artisti e film-makers, nell’accostarsi alle diverse tecniche dell’animazione, si concentrino spesso sull’immagine corporea e leghino ad essa evocazioni della figura di Frankenstein, del Golem o del robot, e in genere della nascita artificiale di un corpo, come volessero ripetere nel racconto mitico il loro stesso potere di animatori: dare anima all’inanimato.

Quando l’animazione si basa sul disegno tutto sembra nascere da una linea, come nel pionieristico «Fantasmagorie» di Émile Cohl (1908) o in «Lifeline» (1960) di Ed Emshwiller, dove il tratto bianco continuo si avviluppa in nodi di materia che a poco a poco divengono arabesco organico, mescolandosi con l’immagine fotografica del corpo di una ballerina. O come in «Head» di George Griffin (1975), dove la forma base del volto e la tradizione artistica dell’autoritratto si spogliano di qualsiasi dettaglio realistico per poi rianimarsi inaspettatamente di espressività emotiva e sfumature psicologiche rese pittoricamente.

In altre opere il disegno lascia spazio alla scultura e al mito di Pigmalione, come nel caso di Jan Svankmejer, che in «Darkness Light Darkness» (1990) mostra un corpo in grado di autoplasmarsi, a partire dalle due mani, chiuse in una stanza, in cui affluiscono in sequenza tutti gli arti che andranno a comporsi in unità.

Il racconto di Frankenstein rivive esplicitamente nel film di Len Lye, «Birth of a robot» (1936), e in «Street of Crocodiles» (1986), dei Fratelli Quay, e ancora nel video di Max Almy «The Perfect Leader» (1983), dove ad essere costruita artificialmente non è una creatura destinata a servire il proprio creatore, come per Frankenstein e il Golem, ma è il futuro leader politico che viene programmato al computer perché rispecchi nella sua ferocia dittatoriale la società che lo ha voluto e creato.

Altre opere rappresentano il corpo come luogo di costruzione non dell’identità singola, ma dell’identità sociale. È il caso del celebre «L’idée» (1932) di Berthold Bartosh, ma anche, in maniera diversa, dei lavori di William Kentridge, nei quali il dolore delle masse lascia tracce di polvere nera sulle pagine bianche della storia a fronte dei corpi impudichi bagnati dall’azzurro dell’acqua dei ricchi magnati. È il caso delle silhouette di Kara Walker, anch’esse nere contro lo sfondo bianco, seviziate e violentate dalla ferocia coloniale.

Infine è la danza, espressione ultima della bellezza nel movimento, che consente di mostrare la magia del corpo animato nei più diversi luoghi del pensiero e dell’immaginazione.