23 marzo 2019
Aggiornato 12:00

Rischio di malattie metaboliche e diabete dalla plastica d’uso quotidiano

Uno studio del CNR evidenzia i rischi per la salute dall'esposizione nociva ai composti utilizzati nelle plastiche, come ftalati e Bisfenolo A

Plastica e malattie metaboliche
Plastica e malattie metaboliche Shutterstock

Siamo sommersi dalla plastica. Le microparticelle di questo materiale ‘moderno’ sono ormai dappertutto: nei cibi, nell’acqua che beviamo, nell’ambiente in cui viviamo. Per cui è quasi impossibile sfuggirvi. Risultato? Abbiamo dentro il nostro organismo queste particelle di plastica che si accumulano negli organi, e possono essere causa di numerose e anche gravi malattie.

I composti quotidiani

Insieme all’aria che respiriamo (sempre più inquinata) e i cibi che mangiamo (anche questi sempre meno sani), ogni giorno ci facciamo la nostra dose di composti della plastica. Come ricordano gli esperti del CNR, «Ftalati e Bisfenolo A – composti utilizzati come plasticizzanti in numerosi prodotti di uso quotidiano – sono molto diffusi nell’ambiente e vengono rapidamente metabolizzati nell’organismo. Sono riconosciuti essere degli interferenti endocrini e obesogeni con effetti sul sistema riproduttivo, sul neurosviluppo, sul sistema immunitario e sul metabolismo lipidico e degli ormoni tiroidei. La loro azione si svolge principalmente attraverso l’interazione con i recettori steroidei, tiroidei e dei perossisomi».

Il rischio di malattie metaboliche

L’esposizione quotidiana a queste sostanze rappresenta dunque un serio rischio per la salute. Così come evidenziato da uno studio dell’Istituto di fisiologia clinica del CNR in collaborazione con l’Università di Pisa. Pubblicato sul Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism, lo studio ha evidenziato l’associazione tra l’esposizione a queste sostanze con un maggior rischio di malattie metaboliche. Correlazione comprovata ulteriormente dalla constatazione che tra le persone che hanno sviluppato il diabete di tipo 2 c’è un’elevata esposizione ai contaminanti. «Lo studio – riporta una nota del CNR – ha inoltre evidenziato che i pazienti diabetici con elevata albuminuria (un marker di danno renale) presentavano una maggior concentrazione di ftalati nelle urine, indipendentemente dal grado di riduzione della velocità di filtrazione renale (eGFR)».

Il biomonitoraggio

«Questo studio – prosegue la nota – si affianca ai nuovissimi risultati del progetto europeo Life Persuaded, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, in collaborazione con l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e l’Università Tor Vergata, di cui Cnr-Ifc di Pisa è stato il laboratorio di riferimento per il biomonitoraggio dell’esposizione a Ftalati e Bisfenolo A di coppie madri-bambino distribuite su tutto il territorio italiano». «Nello studio di biomonitoraggio, che ha seguito un protocollo scientifico assai rigoroso, praticamente tutti i bambini e le loro madri sono esposti a Ftalati (100% dei reclutati) e larga parte a Bisfenolo A (77% dei reclutati) – spiega Amalia Gastaldelli, responsabile del laboratorio per Cnr-Ifc – Anche se si tratta di sostanze chimiche non persistenti e rapidamente metabolizzate dall’organismo è consigliato ridurne l’esposizione». Quest’ultima, peraltro, è risultata maggiore al Sud per gli Ftalati sia per le madri sia per i figli; maggiore al Nord nelle madri, mentre per i figli è paragonabile nelle tre aree. Su tutto il territorio, l’esposizione a BpA è maggiore nelle aree urbane rispetto a quelle rurali. Inoltre, i bambini di età compresa tra i 4 e i 6 anni presentano livelli maggiori di Ftalati e BpA nelle urine.

Le ricadute dell’esposizione ai composti sulla salute

I ricercatori – prosegue la nota – hanno anche approfondito l’associazione con alcune patologie infantili di origine endocrina quali Telarca prematuro, pubertà precoce centrale e obesità infantile, di origine idiopatica, e la valutazione di biomarcatori, attraverso gli studi caso-controllo. E poi la valutazione degli effetti dell’esposizione a Dehp e Bpa, singoli e in miscela, mediante uno studio tossicologico in vivo che utilizza un modello animale in fase 'juvenile', innovativo per lo studio degli effetti delle sostanze chimiche sui bambini, trattato con dosi derivanti dai livelli misurati nei bambini. Tale approccio rende i risultati maggiormente comparabili e trasferibili alla popolazione infantile. Lo studio animale ha evidenziato che i due composti in miscela, a dosi compatibili con quelle misurate nei bambini, mostrano meccanismi e modi di azione diversi a seconda della composizione della miscela e del sesso. Di recente l’Unione europea ha prodotto un documento, che ha avuto l’adesione di tutti gli Stati membri, per proporre la proibizione dell’uso di ftalati nella produzione di plastiche utilizzate per contenitori di alimenti, con particolare riferimento a quelli destinati all’infanzia. I dati di questi 2 progetti confermano l’importanza di un’azione urgente.

Le precauzioni

A conclusione dello studio, la dott.ssa Gastaldelli suggerisce alcune semplici precauzioni e «anche prima delle azioni legislative conseguenti possiamo comunque limitare l’assunzione delle plastiche leggendo bene le etichette dei prodotti per la cura di casa e persona ed evitare quelli con sostanze che già conosciamo come nocive; evitando di cucinare nella plastica: il calore favorisce il rilascio degli interferenti; preferendo il vetro e la ceramica per la conservazione dei cibi».