27 febbraio 2020
Aggiornato 22:30
Lotta al cancro

Tumore alla prostata: scoperto il lato oscuro della risposta immunitaria

In uno studio condotto da ricercatori italiani si è scoperto il perché spesso il cancro alla prostata è difficile da curare e sviluppa resistenza e aggressività

Tumore alla prostata
Tumore alla prostata Shutterstock

ROMA - Il tumore alla prostata è una brutta bestia. Oltre a essere il più frequente cancro negli uomini adulti, è spesso difficile da curare. Nonostante recenti progressi terapeutici, infatti, in un’elevata percentuale di pazienti – dopo un’iniziale fase di risposta positiva alla terapia chirurgica e anti-androgenica – la malattia evolve in una forma resistente e aggressiva, diventando inevitabilmente fatale. Per decenni i ricercatori si sono trovati unanimi nell’affermare che il bersaglio da colpire per arrestarne l’evoluzione fossero gli ormoni maschili (androgeni e testosterone, considerati la benzina per la progressione del tumore) ed effettivamente in mancanza di questi le cellule prostatiche tumorali in un primo tempo muoiono. Tuttavia, in seguito le stesse cellule attivano una contromossa e riescono a sopravvivere anche in mancanza del nutrimento essenziale. Come il tumore riuscisse a resistere alla carenza di androgeni e ripartire più forte di prima era rimasto fino a oggi un mistero.

Svelato il mistero
Il segreto lo ha scoperto Arianna Calcinotto, giovane ricercatrice parte del gruppo internazionale guidato dal prof. Alimonti. Il gruppo, avvalendosi di collaborazioni nel Regno Unito e in Italia, ha rilevato come elevati livelli di interleuchina 23 (IL23) fossero presenti nel sangue e nei tumori della maggior parte dei pazienti resistenti alla terapia anti-androgenica. «Ci siamo accorti – spiega il prof. Alimonti in un comunicato – che il rilascio di IL23 nel tumore è dovuto a un tipo particolare di cellule del sistema immunitario (le cellule mieloidi), le quali in questo modo conferiscono resistenza alla terapia, promuovendo, come una forza ‘oscura’, la sopravvivenza e la proliferazione delle cellule prostatiche tumorali».

Dove si andrà
Il passo successivo, prosegue la nota, sarà quello di studiare le implicazioni della scoperta sul piano clinico, individuando l’anticorpo giusto in grado di bloccare selettivamente l’IL23. «La nostra ricerca – continua Alimonti – darà vita a un promettente studio clinico nei pazienti affetti da tumore prostatico». Di recente, l’immunoterapia ha ottenuto ottimi risultati clinici per diversi tipi di tumore. Mentre però la maggior parte delle immunoterapie attualmente in uso sono mirate a riattivare il sistema immunitario bloccato dal tumore, questo studio pone l’attenzione su un modo diverso di concepire l’immunoterapia, che vede bloccare i fattori prodotti dalle cellule del sistema immunitario che fungono da nutrimento per il tumore. «Ho deciso di dedicare la mia vita professionale alla ricerca – conclude Alimonti – così da portare alla sperimentazione clinica scoperte che potrebbero cambiare il decorso di malattie fino a oggi incurabili: questo studio è quindi motivo di grande soddisfazione. La vita del ricercatore è una vita difficile, soprattutto per le donne che ancora oggi faticano a raggiungere posizioni apicali sebbene dotate di grande creatività e determinazione. Sono per tanto molto contento che la prima firma di questo lavoro di ricerca sia proprio di Arianna Calcinotto». La studio è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Nature.