15 dicembre 2019
Aggiornato 01:30
Marijuana e Alzheimer

La marijuana elimina le placche beta-amiloidi dell’Alzheimer. Lo studio

Ancora conferme sui benefici derivanti da alcuni composti della Marijuana nella cura dell’Alzheimer: rimuove le placche amiloidi

Nuove (probabili) speranze per curare l’Alzheimer, una delle forme di demenza più temibili per la salute umana. La malattia colpisce le persone in maniera subdola fino ad arrivare a rubare completamente i ricordi di un’intera vita. Secondo un recente studio, tuttavia, esiste una sostanza estratta dalla marijuana che potrebbe cancellare le placche beta-amiloidi, oggi considerate alla base della patologia. Ecco i risultati pubblicati su Aging and Mechanisms of Disease.

Cannabinoidi
Non è la prima ricerca che ha messo in luce le proprietà terapeutiche della marijuana nei confronti di diverse malattie, compresa quella di Alzheimer. La molecola terapeutica è conosciuta da decine di anni: si chiama THC o tetraidrocannabinolo. «Sebbene altri studi abbiano dimostrato che i cannabinoidi potrebbero essere neuroprotettivi contro i sintomi dell'Alzheimer, crediamo che il nostro studio sia il primo a dimostrare che i cannabinoidi influenzino sia l'infiammazione che l'accumulo di beta amiloide nelle cellule nervose», ha dichiarato David Schubert dell'Istituto Salk della California.

Le virtù del THC
La marijuana sta tornando alla ribalta da alcuni anni. Finalmente ci viene messa a disposizione per la cura di molte malattie, tuttavia ne abbiamo ancora troppa poca a disposizione affinché tutte le persone malate possano trarne beneficio. Il THC, in particolare, ha dimostrato di essere efficace nel dolore molto forte, nel trattamento dei sintomi dell’HIV e della chemioterapia, ma anche per l’ictus e i disturbi post-traumatici.

Un composto geneticamente modificato
Gli scienziati stanno lavorando a un modo per produrre maggiori quantità di THC attraverso modifiche genetiche. Il composto passa dai polmoni fino al flusso sanguigno, luogo in cui si unisce ai recettori cannabinoidi che si trovano nelle superfici dei cellulari. A livello cerebrale tali recettori si trovano in abbondanza e sono associati sia al piacere che alla memoria, al pensiero, alla coordinazione e alla percezione del tempo. Tali recettori del cervello normalmente si legano ad alcune molecole lipidiche chiamate endocannabionoidi. Queste vengono prodotto dal corpo durante l’attività fisica. Allo stesso modo, anche il THC si lega a questi recettori.

THC e invecchiamento
Varie ricerche hanno dimostrato che quando il THC si lega ai recettori del nostro cervello, potrebbe svolgere un effetto sull’invecchiamento. Esso, infatti, aiuta il corpo a eliminare le sostanze tossiche o le placche beta-amiloidi. Queste ultime si ritiene siano alla base della patologia di Alzheimer insieme ai vari grovigli neurofibrillari.

Placche tra i neuroni
Le placche amiloidi si trovano tra i neuroni sotto forma di ammassi densi di molecole di beta-amiloide - proteine dalla consistenza appiccicosa – e grovigli neurofibrillari formai da proteine tau difettose. Già nel 2006 alcuni scienziati avevano evidenziato come il THC inibiva la formazione delle placche bloccando l'enzima che le produce. Ora il team di Schubert ha aggiunto un importante tassello a questo complicato puzzle scoprendo che il THC elimina anche una pericolosa risposta infiammatoria da alcune cellule nervose.

Infiammazione a Alzheimer
«L'infiammazione all'interno del cervello è una componente importante del danno associato alla malattia di Alzheimer, ma si è sempre pensato che questa risposta provenisse da cellule del sistema immunitario del cervello, non dalle cellule nervose stesse. Quando siamo stati in grado di identificare le basi molecolari della risposta infiammatoria alla beta amiloide, è diventato chiaro che i composti simili al THC nelle cellule nervose possono essere coinvolti nella protezione delle cellule dalla morte», ha spiegato Antonio Currais. Purtroppo, molti studi sono stati limitati negli ultimi anni a causa di restrizioni governative. Tuttavia, i ricercatori ritengono che i cambiamenti in atto che si stanno evidenziano in molti stati potrebbero permettere una migliore ricerca in questo ampio campo di studio.