17 agosto 2019
Aggiornato 15:00
Genitori e figli

Il conflitto tra genitori provoca danni permanenti ai bambini

Quando i genitori litigano davanti ai propri figli potrebbero provocare seri danni ai bambini, alcuni anche permanenti

Il litigio tra genitori può causare problemi al bambino
Il litigio tra genitori può causare problemi al bambino Shutterstock

Per un bambino i genitori sono il primo e più importante punto di riferimento. Gran parte della sua vita dipenderà dalle esperienze che ha vissuto durante l’infanzia e l’adolescenza. Un individuo in crescita, infatti, viene plasmato proprio grazie all’ambiente in cui nasce e vive. Questo, ovviamente, accade per tutta la vita ma sono i primi anni a determinare il carattere e fare davvero la differenza in termini di comportamento. Non a caso, secondo alcuni scienziati, i bambini che assistono a conflitti tra genitori potrebbero subire danni permanenti. Ecco perché.

Attenzione ai conflitti
Tutti i genitori, di tanto in tanto, hanno qualche discussione. Ma secondo gli esperti sarebbe meglio evitare di litigare di fronte ai propri figli. Se un bambino assiste a uno o più conflitti di mamma e papà potrebbe cambiare notevolmente. Ma non solo, gli scienziati ci avvertono: i nostri figli potrebbero subire danni permanenti.

Elaborazione emotiva
Un nuovo studio ha messo in evidenza come l’elaborazione emotiva dei propri figli potrebbe essere enormemente influenzata dopo aver assistito a un conflitto tra genitori. Ciò significa che il bambino potrebbe diventare eccessivamente vigile, ansioso e vulnerabile durante le interazioni umane. Tutto questo potrebbe portare a uno squilibrio psicologico non indifferente.

I bambini ne soffrono
E’ chiaro che i bambini soffrono maggiormente delle litigate dei genitori. E non è un caso: ricordiamo che mamma e papà sono per il piccolo il più importante punto di riferimento. «Il messaggio è chiaro: anche le avversità di basso livello come i conflitti parentali non sono buone per i bambini», ha dichiarato Alice Schermerhorn, Assistant Professor presso l'Università del Vermont negli Stati Uniti.

Lo studio
Per arrivare a simili conclusioni, gli scienziati hanno preso in esame quasi cento bambini di età compresa fra i nove e gli undici anni. Tutti i volontari sono stati suddivisi in due gruppi sulla base di valutazione psicologiche che hanno messo in evidenza il numero di conflitti a cui hanno assistito in famiglia. Ai piccoli partecipanti è stato chiesto in che misura, il conflitto, minacciava (secondo loro) il matrimonio dei genitori.

Felici o arrabbiati?
Nella seconda fare dello studio, i ricercatori hanno mostrato ai bambini tutta una serie di fotografie di coppie impegnate in interazioni di diverso tipo. Alcune erano felici, altre apparivano arrabbiate e altre ancora avevano un comportamento neutro. A ognuno di loro è stato chiesto a quale categoria di emozioni si adattavano le foto che stavano osservando.

I risultati
Dai risultati è emerso che i bambini che non avevano assistito a molti conflitti familiari, erano riusciti a etichettare con precisione le emozioni delle persone ritratte nella foto. Al contrario, i soggetti che provenivano da una famiglia in cui vi erano molti litigi, erano in grado di comprendere solo se si trattava di coppie felici o arrabbiate, ma non riuscivano a identificare quelle neutre. Queste ultime venivano catalogate dai bambini erroneamente come felici o arrabbiate.

La timidezza
«Lo studio è anche uno dei primi a misurare l'impatto della timidezza temperamentale sulla capacità dei bambini di elaborare e riconoscere le emozioni», spiegano i ricercatori. I bambini timidi – identificati grazie a un questionario fornito alle madri – non erano in grado di identificare le coppie neutre, anche se non provenivano da famiglie conflittuali. La timidezza li ha, perciò, resi più vulnerabili ai conflitti dei genitori. Infine, i bambini che erano timidi e che, al tempo stesso, si sentivano minacciati dal conflitto dei loro genitori, mostravano un altissimo livello di errore durante l’identificazione delle interazioni neutrali. I risultati dello studio sono stati pubblicati sul Journal of Social and Personal Relationships