12 dicembre 2019
Aggiornato 14:00
Degenerazione maculare

Medici restituiscono la vista ai ciechi. Il segreto? Le staminali

Un team di ricerca del Moorfields Eye Hospital è riuscito a restituire la vista a due pazienti affetti da cecità. Ecco come hanno fatto

Staminali per ridare la vista ai ciechi
Staminali per ridare la vista ai ciechi Shutterstock

Sembra un miracolo ma non lo è. E non si tratta neppure di magia: in realtà è scienza. Alcuni medici sono riusciti a restituire la vista a pazienti affetti da grave forme di degenerazione maculare legate all’età. E se prima per loro era impossibile vedere, ora all’età di 86 anni, affermano di poter leggere il giornale esattamente come tanti anni prima. Il segreto di un simile prodigio è nell’utilizzo sapiente di cellule staminali. Ecco cosa sono riusciti a fare i medici del Moorfields Eye Hospital (Londra).

L’esperimento
Alcuni medici del Regno Unito sono riusciti a compiere uno dei più importanti passi avanti in campo oculistico. Sono infatti riusciti a ridare - letteralmente – la vista ai ciechi. Per farlo hanno sfruttato una tecnica pioneristica a base di cellule staminali. In sintesi, gli scienziati hanno prelevato alcune cellule di un embrione umano e le hanno trasformate in una sorta di cerotto inserito successivamente nella parte posteriore dell’occhio.

E luce fu
Uno di pazienti che è stato sottoposto alla sperimentazione, si chiama Douglas Waters ed ha 86 anni. Da parecchio tempo, ormai, non riusciva a vedere dal suo occhio destro. Ma grazie all’innovativo intervento, ha dichiarato recentemente ai media londinesi: «ora posso leggere il giornale». In breve tempo, il paziente è quindi tornato a vedere la luce dopo essere stato colpito, tre anni fa, da una gravissima degenerazione maculare. Se la macula è danneggiata, infatti, non si può più vedere ciò che c’è intorno a noi.

Incredibile ma vero
«Nei mesi precedenti l'operazione la mia vista era davvero scarsa e non riuscivo a vedere nulla dall'occhio destro. È brillante quello che ha fatto la squadra medica e mi sento così fortunato ad aver riavuto la vista», si legge sul sito della BBC.

La tecnica
Al fine di permettere di nuovo la visione, il team di ricerca è riuscito a costruire un nuovo epitelio pigmentato della retina e lo ha impiantato nell’occhio del paziente. Per poterlo fare al meglio sono state utilizzate le cellule staminali embrionali, ovvero le uniche che possono trasformarsi in qualsiasi cellula si voglia. Grazie a un’apposita impalcatura il nuovo epitelio può essere tenuto nella posizione desiderata. Il cerotto di staminali è uno strato dello spessore di 40 micron, lungo 6 millimetri e largo 4. L’operazione è durata circa due ore.

Non è ancora perfetta
Secondo il professor Lyndon da Cruz, consulente del chirurgo della retina di Moorfields, il trattamento non può essere considerato una vera e propria cura perché non è in grado di ripristinare la vista in maniera normale. «È incredibilmente eccitante: quando si invecchia, alcune parti di te smettono di funzionare ma noi, per la prima volta, siamo riusciti a prendere una cellula e trasformarla in una parte specifica dell'occhio non più funzionante, rimetterla negli occhi e ottenere una visione come quando si era più giovani», ha dichiarato Cruz a BBC. Al momento è stata sottoposta all’intervento anche una donna di sessant’anni, la quale ha assistito a un miglioramento della vista già da un anno. Ora sono in attesa di eseguire la stessa sperimentazione altri otto pazienti.

Il pericolo
Al momento non sono stati rilevati effetti collaterali ma il rischio è sempre quello di assistere a una mutazione genetica che causi la comparsa di cellule cancerose. Ma non ci sono poi così tante evidenze che tutto ciò possa accadere. Tuttavia, è importante sottolineare che la terapia con le staminali è ancora un tipo di cura in fase sperimentale in tutti i campi medici. «Ci auguriamo che i nostri risultati porteranno a una terapia a prezzi accessibili che possa essere messa a disposizione dei pazienti entro i prossimi cinque anni», concludono i ricercatori. Lo studio è stato pubblicato su Nature Biotechnology.

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