13 novembre 2019
Aggiornato 20:00
Cancro alla prostata

Tagliare i lipidi per fermare le cellule tumorali della prostata

Senza certi metaboliti le cellule tumorali non proliferano. Lo studio dell'Università di Padova che apre le porte alla cura del cancro della prostata

ROMA – Le cellule tumorali hanno necessità, come per tutte le altre cellule, di energia per crescere e proliferare. Una condizione nota che fa dei metaboliti il carburante di cui le cellule malate necessitano per moltiplicarsi. Ma, se era chiaro che la 'benzina' che alimentava le cellule cancerogene fossero i metaboliti, quali di questi in particolare le alimentassero non era stato ancora compreso o scoperto. Ma oggi, un team di ricercatori dell'Istituto Oncologico di Ricerca (IOR), dell'Università della Svizzera Italiana e dell'Università degli Studi di Padova, guidato dal professor Andrea Alimonti ha identificato proprio uno dei meccanismi alla base di questo processo, per poi pubblicare i risultati nella prestigiosa rivista scientifica Nature Genetics.

Si pensava fosse solo il glucosio
«Per anni si è creduto che le cellule tumorali avessero bisogno di aumentare il loro consumo di glucosio, escludendo il metabolismo del mitocondrio, per supportare la loro crescita, una scoperta fatta oltre un secolo fa da Otto Warburg – spiega il prof. Andrea Alimonti, professore afferente al Dipartimento di Medicina e al VIMM di Padova – Il mitocondrio è un organello che produce energia necessaria alla sopravvivenza della cellula, funzionando come una sorta di centrale elettrica. Abbiamo scoperto che le cellule del tumore prostatico hanno bisogno del mitocondrio non perché questo produce energia ma perché regola uno specifico processo metabolico. In particolare – prosegue Alimonti – il mitocondrio è in grado di regolare tramite un complesso enzimatico chiamato PDC la sintesi dei grassi (lipidi). Senza la capacità di produrre efficientemente lipidi, le cellule del tumore prostatico non sono infatti in grado di crescere e metastatizzare pur in presenza di un aumentata glicolisi».

L'attività di dieci volte superiore
In questo studio i ricercatori hanno scoperto ed evidenziato come nelle cellule del tumore della prostata l'attività del complesso enzimatico PDC sia 10 volte quella di una cellula normale proliferante. A causa di ciò, le cellule accumulano moltissimi lipidi. Era già noto, in precedenza che una dieta ricca di grassi potesse aumentare il rischio di sviluppare un tumore della prostata e che persone obese fossero più predisposte allo sviluppo di questo tipo di tumore tuttavia, il meccanismo attraverso il quale il metabolismo dei lipidi funzionasse come benzina per sostenere la macchina tumorale non era mai stato chiarito in dettaglio. Questa scoperta apre, quindi, nuovi e inattesi scenari nella lotta al cancro.

Inibire l'enzima mitocondriale
Fino a poco tempo fa si credeva che bloccare il mitocondrio in una cellula tumorale avrebbe fatto aumentare la capacità di una cellula di proliferare. La scoperta più interessante fatta in questo studio dal team di ricercatori è, invece, che inibendo l'enzima mitocondriale PDC nelle cellule tumorali, il contenuto dei lipidi scende drammaticamente e le cellule non sono in grado di proliferare. Infatti, i lipidi sono necessari affinché la membrana cellulare sia intatta e la cellula possa dividersi efficientemente. «Abbiamo individuato un numero di composti in grado di inibire selettivamente, questo enzima senza danneggiare le cellule normali – sottolinea il prof. Alimonti – Questi composti sono in grado di bloccare la crescita tumorale in diversi modelli sperimentali e non è escluso che nel futuro troverò in clinica composti in grado di affamare le cellule tumorali bloccando l'enzima PDC. Infatti, alcune compagnie negli Stati Uniti stanno intraprendendo questa strada e inibire il metabolismo dei tumori sembra oggi una strategia terapeutica più percorribile che in passato».
La ricerca è stata resa possibile grazie al contributo di un valente collaboratore del gruppo del Prof. Alimonti, il Dr. J. Chen primo nome nel lavoro appena uscito su Nature Genetics. Alla ricerca hanno anche contribuito numerosi collaboratori fra cui il Dr. A. Cavalli di IRB, la Dr.ssa M. Montopoli di Padova ed altri centri di ricerca Svizzeri, Spagnoli e Inglesi. La ricerca è stata possibile grazie al contributo finanziario di ERC, Fondo Nazionale Svizzero, Fondazione IBSA, Fondazione Horten e fondazione J Steiner.