28 settembre 2022
Aggiornato 21:00
Robot e paura

I robot sotto stress hanno paura, esattamente come noi

Non hanno un’anima (forse) ma è indubbio che ci somigliano sotto molti aspetti. Uno di questi è la paura

I robot sotto stress hanno paura
I robot sotto stress hanno paura Foto: Shutterstock

Lo avreste mai detto? Non hanno un’anima, sono «generati e non creati» eppure manifestano emozioni esattamente come un essere umano. A suggerirlo sono stai alcuni ricercatori dell'università Federico II di Napoli che hanno collaborato con gli scienziati dell'università britannica di Plymouth. E dopo aver pubblicato i loro incredibili risultati sulla rivista Plos One, ci mettono di fronte a un grande dubbio: se anche l’essere umano fosse una sorta di robot super evoluto? E se così fosse, noi frutto dell’intelligenza artificiale, potremo mai accorgercene un giorno?

Animali e predatori
L’idea dei ricercatori è stata quella di simulare eventi tipici dell’evoluzione: la paura. Per quanto temiamo questa emozione, gli animali nel corso dei millenni hanno imparato a gestirla in modo da prendere le giuste decisioni in situazioni stressanti. Ed un po’ questo che i ricercatori hanno tentato di riprodurre in un sistema di intelligenza artificiale. In pratica, una condizione simile a quella di un animale che rischia di incontrare dei predatori mentre viaggia alla ricerca di sostentamento.

Ispirato al cervello umano
I ricercatori si sono ispirati ai circuiti neurali del cervello umano in maniera da poter osservare da vicino la capacità di gestione dello stress in condizioni che minano la vita dei vari prodotti di intelligenza artificiale. Cosa può fare, dunque, un cervello in simili situazioni? Semplice: se si trova faccia a faccia con un pericolo cerca di evitare il rischio. In due parole, fugge o scappa finché è possibile. «È un comportamento primordiale associato alla paura e che emerge in automatico sia negli animali che nell'uomo», ha dichiarato all'ANSA Orazio Miglino, direttore del laboratorio Natural and Artificial Cognition (Nac) dell'Università Federico II.

Ma l’uomo è più evoluto
Ovviamente non mancano le differenze uomo-robot (per fortuna). Diciamo che l’intelligenza artificiale non prosegue più di tanto con i ragionamenti. «Nell'uomo c'è anche una seconda fase di elaborazione per capire che cosa sia successo. Diciamo che i nostri robot si fermano alla prima risposta». Secondo Daniela Pacella, del Nac e dell'università di Plymouth, il risultato ottenuto potrebbe contribuire a creare robot più intelligenti.