25 luglio 2021
Aggiornato 18:30
Foto hard sul web

Studentesse nude su WhatsApp, lo psicologo: «Ammazzare la noia con foto hot ha delle conseguenze»

Sulla vicenda delle foto hot, di 60 studentesse liceali di Modena e Reggio Emilia, interviene lo psicologo, esperto di dipendenze, Giuseppe Lavenia. Ecco cosa dovrebbero fare gli adulti e i genitori

BOLOGNA – Se anche il fenomeno dei seflie a contenuto sessuale, detti anche sexting quando inviati ad altri, non è sconosciuto (specie tra i giovani), secondo il presidente di Di.Te., Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, Gap e Cyberbullismo, Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, quello delle 60 minorenni, tutte studentesse dei licei di Modena e Reggio Emilia, è di certo inedito nelle proporzioni. Come già pubblicato in un precedente articolo, le ragazze, per sconfiggere la noia, hanno messo in piedi un 'gioco' hot, postando foto e video che le ritraggono in pose provocanti, con l’aggiunta di qualche invito vocale a passare ai fatti. Il 'gioco', però, a un certo punto è sfuggito di mano, e le immagini che dovevano restare di dominio di alcuni, sono diventate di tutti. Con tanto di nomi e cognomi pubblici che circolano ancora in rete. Alcuni dei genitori sono venuti a sapere delle azioni delle figlie. Perché Internet, si sa, non conosce confini e non ha limiti, si legge nel comunicato Di.Te.

Un fenomeno mai così esteso
«Mi è capitato spesso di sentire il racconto di minorenni che mettono in piedi questo tipo di chat – spiega nel comunicato il dottor Lavenia – ma di solito sono gruppi più ristretti, con al massimo 7 o 8 ragazze. Su questo tema urge una riflessione e la messa in moto di azioni che stimolino il senso critico e di responsabilità sia dei genitori sia dei giovani». Tra le motivazioni di una delle liceali appartenenti alla chat hot, riporta il QN, c’è «la noia, l’averlo fatto un po’ per scherzo. Ci mostravamo a vicenda i seni per far vedere quanto erano abbondanti, e le parti intime, per paragonarci tra noi. Ci piaceva esibirci in questo modo. Ma non avremmo mai immaginato che quel materiale sarebbe uscito dalla chat». Noia, gioco, scherzo… queste azioni hanno delle conseguenze, però. «Certo, ne hanno. Ma dobbiamo prima comprendere perché lo fanno», afferma il Presidente Giuseppe Lavenia: «Questi ragazzi hanno bisogno di conferme. Manca tantissimo in questo tempo lo spazio per il confronto. Mancano gli spazi sociali della condivisione. Dell’altro abbiamo bisogno, ma l’altro reale non c’è più. Inoltre, non dobbiamo dimenticare che con la tecnologia il corpo è scomparso, e con lui le emozioni, che vengono dissociate nei luoghi della rete».

Una volta si era 'pudici'
Il corpo, gli adolescenti, fino a non molti anni fa, tendevamo a coprirlo, a nasconderlo, mentre oggi viene mostrato senza pensarci due volte. Come mai? «Sono cambiate tante cose in poco tempo – sostiene Lavenia – C’è una iperstimolazione di immagine erotiche, che fanno credere che il corpo abbia un valore minore e che lo si possa mostrare senza farsi troppe domande. In più, anche gli adulti, i genitori, pubblicano foto di loro stessi in costumi molto succinti, o in pose provocanti. I figli imparano dall’esempio dei grandi che hanno come riferimento».

Anche a scuola
Alcune di queste immagini e di questi video pare siano stati fatti anche a scuola. Dimostrando un uso troppo disinvolto dello smartphone, a cui hanno accesso ormai tutti e in giovane età. «Il tema da trattare con urgenza è che la tecnologia è diventata il mediatore delle nostre emozioni e ci fa da sostegno sociale e identitario – aggiunge Giuseppe Lavenia – Il cellulare, in generale, andrebbe dato ai ragazzi dopo i 13 anni, facendoglielo usare in modo consapevole e interessandosi alla loro vita online. Le statistiche, però, dimostrano che già a partire dalla prima media lo possiede il 55% dei ragazzi, in seconda media ce l’ha il 71%, mentre in terza media l’80%. Questo vuol dire che stiamo trasgredendo una regola dei social: per iscriversi bisogna avere più di 13 anni. Anche a scuola c’è molto da fare: c’è ancora molta confusione sull’uso degli strumenti tecnologici e prima di portarli a scuola dovremmo costruire un modello con delle norme chiare e condivise da tutti. Bisogna poi fare un lavoro per l’utilizzo corretto e consapevole della tecnologia».

Come aiutare i ragazzi
Come si può fare per aiutare i ragazzi a ritrovare il senso della responsabilità e la capacità critica? «Bisogna partire dai genitori – osserva il Presidente dell’Associazione Di.Te – anche loro utilizzatori degli strumenti tecnologici, spesso rapiti dagli smartphone e poco attenti ai bisogni dei ragazzi. Non è una critica e nemmeno un’accusa: viviamo un tempo nuovo, dove molto spesso è facile entrare in confusione o farsi prendere la mano dal bisogno di stare sempre connessi, fino a diventare dipendenti. E quando si arriva a questo punto, ci si fa usare dalla rete e non si è più fruitori consapevoli».

Quali consigli per i genitori
Quali consigli dare ai genitori per aiutare i ragazzi e prevenire questi fenomeni? «Dobbiamo dare loro attenzione e non esercitare un controllo indiscriminato – sottolinea Lavenia – Non dobbiamo fare terrorismo e dobbiamo condividere con i nostri figli quanto accade anche nella loro vita online, senza minimizzare quello che ci portano come un problema. Potrebbe essere per esempio qualcosa che riguarda il loro corpo, ma liquidare la faccenda con 'cosa stai dicendo?', o con un 'dai, smettila di dire così che non è vero', è un modo per farli andare a cercare conferme altrove, magari su una chat. I ragazzi devono potersi esprimere, dobbiamo partire dal perché fanno ciò che fanno in rete. La tecnologia elimina il senso di solitudine che abbiamo: mostrando una parte di me e condividendola sui social mi sentirò meno solo, o crederò di essere meno solo, il mio dolore sarà lenito. Gli adolescenti – prosegue lo psicologo – provano dolore vedendo il loro corpo, che credono imperfetto. Però, nonostante questo, a un adolescente nato con le nuove tecnologie in mano non importa nulla se gli rubano l’identità, perché il suo bisogno di conferme e di essere riconosciuto vince sul resto, anche sulla razionalità. La tecnologia, la dipendenza tecnologica, poi, abbassa la soglia di rischio e di consapevolezza. Bisogna rivedere il modello educativo genitori-figli».

Come fare?
«In primis – suggerisce Lavenia – dando delle regole ai ragazzi e facendole rispettare, sapendo però che possono trasgredire. I ragazzi non hanno più il senso del limite, non gli manca il senso del pudore o della responsabilità. Hanno perso il controllo. La tecnologia ci sta cambiando, tutti noi perdiamo il controllo. Bisogna che i genitori partecipino alla vita dei figli, informandosi attivamente su cos’è davvero la tecnologia perché non è un gioco, che dialoghino con loro, riducendo il gap generazionale che c’è tra loro e i ragazzi, che sappiano ascoltare i loro bisogni, che non minimizzino i problemi che i figli portano alla loro attenzione e che diano regole chiare e precise senza dare nelle loro mani il cellulare prima dei 13 anni. Bisogna inoltre che prestino attenzione a tutti i segnali degli adolescenti, senza esercitare ossessivamente il controllo sul cellulare, ma essendo emotivamente e affettuosamente presenti nella vita dei ragazzi».

Giuseppe Lavenia
E' psicologo e psicoterapeuta, Presidente dell’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo. Dal 2002 si occupa di dipendenze tecnologiche ed è Direttore Responsabile dell’Area Nuove Dipendenze del Centro Salus e di Dipendenze.com. Dal 2013 è Vice Presidente dell’Ordine degli Psicologici della Regione Marche e consigliere nazionale ENPAP. Oltre alle numerose pubblicazioni scientifiche su riviste di settore accreditate sulle tematiche delle dipendenze, è autore di 'Internet e le sue dipendenze. Dal coinvolgimento alla psicopatologia' (Franco Angeli) ed è coautore del romanzo clinico che racchiude quattro racconti sul tema delle internet dipendenze intitolato 'Net Addiction. Prigionieri della rete' (Delos Digital), vincitore del premio letterario 'Targa Milano International 2017'. Attualmente è Docente a contratto di Psicologia del lavoro e delle Organizzazioni presso l’Università degli Studi di Ancona, già docente di diversi insegnamenti presso l’università degli Studi di Chieti e Urbino (Psicologica dell’Età Evolutiva, Psicologia della Salute e Nuove Dipendenze, Psicologia Dinamica, Teorie e tecniche del colloquio psicologico, psicologia clinica). Partecipa a Congressi in ambito nazione e internazionale, scrive e collabora con diverse testate giornaliste, radio e Tv.