Nuove terapie per la sclerosi multipla

Sclerosi Multipla: efficace la terapia con interferone. La scoperta italiana

I ricercatori dell'IRCCS Ospedale San Raffaele hanno scoperto un’alterata espressione dei geni coinvolti nella risposta antivirale e controllati dall'interferone. Questo potrà portare a nuovi trattamento per la sclerosi multipla

Sclerosi multipla e terapia con l'interferone
Sclerosi multipla e terapia con l'interferone (Matej Kastelic | shutterstock.com)

MILANO – Se la qualità della vita per le persone affette dalla sclerosi multipla (SM) è cambiata in meglio in questi ultimi vent’anni è grazie all’uso dell’interferone beta ricombinante nel trattamento della malattia. A ricordarlo è l’Istituto Superiore di Sanità che, in un comunicato, ricorda come «il meccanismo d’azione di questa citochina – solitamente prodotta dal nostro organismo per organizzare la risposta immunitaria contro le infezioni virali – nel trattamento della SM è però poco chiaro, così come rimane poco chiaro il meccanismo alla base della malattia».

Geni espressi in modo anomalo
Per fare dunque luce su questo meccanismo, i ricercatori dell’IRCCS Ospedale San Raffaele – una delle 18 strutture d’eccellenza del Gruppo ospedaliero San Donato – e dell’Istituto Superiore di Sanità hanno condotto uno studio, pubblicato su Scientific Reports, in cui si è scoperto che «in presenza della malattia numerosi geni regolati dagli interferoni prodotti normalmente dall’organismo (endogeni) risultano espressi in modo anomalo nelle cellule dei pazienti, ovvero sono sovraprodotti o sottoprodotti. Non solo, ma alcune anomalie riscontrate sono specifiche delle diverse fasi di malattia e vengono in parte corrette grazie alla somministrazione dell’interferone beta ricombinante».

Sviluppare nuovi approcci terapeutici
Lo studio condotto dal team italiano, «oltre a descrivere un nuovo meccanismo alla base della malattia e a spiegare il funzionamento di uno dei farmaci di prima linea usati nella SM – sottolinea la nota – getta le basi per lo sviluppo di nuovi approcci terapeutici e di nuovi marcatori predittivi della sua progressione. La ricerca è stata resa possibile grazie al sostegno della Fondazione Italiana Sclerosi Multipla (FISM) a un progetto multicentrico che coinvolge i gruppi coordinati da Cinthia Farina presso l’IRCCS Ospedale San Raffaele e da Eliana Marina Coccia presso l’Istituto Superiore di Sanità.

Lo studio
Per questo studio, i ricercatori del San Raffaele hanno analizzato in parallelo i campioni di sangue periferico di più di 500 pazienti con sclerosi multipla a diversi stati di progressione. L’analisi del sangue è stata fatta prima che iniziassero i trattamenti o sotto trattamento con interferone beta, precisano i ricercatori. Oltre a questi sono stati impiegati anche campioni di tessuto provenienti da topi affetti da encefalite autoimmune sperimentale, che è il modello sperimentale della malattia. Si è così potuto misurare i livelli di espressione dei geni regolati dagli interferoni, sia nelle cellule umane che in quelle animali. I dati sono poi stati raccolti in maniera sistematica nel database ‘Interferome’ sviluppato da Paul Herzog della Monash University in Australia, collaboratore dello studio. «L’ipotesi dietro il lavoro è nata da una scoperta pubblicata di recente sempre dal gruppo di Cinthia Farina, capo unità di Immunobiologia delle Malattie Neurologiche, secondo cui singoli geni di suscettibilità alla SM coinvolti nella risposta agli interferoni, sono alterati nel sangue periferico dei pazienti, suggerendo la presenza, nella SM, di un’anomala risposta del sistema immunitario agli interferoni prodotti dall’organismo, e quindi un’anomala reazione antivirale – riporta la nota ISS – In effetti, la risposta ai virus risulta alterata in alcune popolazioni cellulari del sangue periferico dei pazienti con SM, come dimostrato dagli studi del gruppo di Eliana Coccia, da diversi anni focalizzati a definire perché una citochina, quale l’interferone beta, prodotta ed usata dal nostro organismo per combattere i virus possa risultare anche utile nella terapia di una malattia autoimmune quale la SM».

I geni trascritti in eccesso o in difetto
«Molti dei geni regolati dalle molecole che chiamiamo interferoni, sia nella malattia umana che in quella sperimentale, vengono in effetti trascritti in modo eccessivo, o al contrario in modo insufficiente – spiega Cinthia Farina – Non solo, ma coerentemente con la nostra ipotesi, l’espressione di circa la metà di questi geni viene modificata con la somministrazione dell’interferone beta ricombinante».
Inoltre, al di là di un gruppo abbastanza ridotto di geni (21) la cui espressione è alterata in modo indistinto in tutti i pazienti (ovvero indipendentemente dal tipo di SM) lo studio mostra come numerose altre anomalie siano specifiche per stadi diversi di malattia. Un risultato che apre nuove prospettive di ricerca su più fronti. «Quanto ottenuto – conclude Cinthia Farina – ci suggerisce la possibilità di utilizzare i profili di espressione genica nel sangue sia per la messa a punto di marcatori di progressione della malattia, sia per lo sviluppo di nuovi farmaci in grado di agire in modo complementare all’interferone beta, ovvero di regolare l’espressione dei geni su cui quest’ultimo non interviene».

Questo studio è stato possibile grazie ai finanziamenti della Fondazione Italiana Sclerosi Multipla (Grant 2013/R/9), oltre che del Ministero della Salute (RF-2011-02349698) e di Merck-Serono.