13 novembre 2018
Aggiornato 23:00

Torna dall’Africa e muore per la malaria. Intanto ricercatori scoprono due nuovi anticorpi che possono portare a una cura

Un caso di malaria in Italia, muore un uomo di 43 anni. L'infezione lo ha ucciso nel giro di 48 ore. Intanto i ricercatori svizzeri scoprono un meccanismo che potrebbe portare a una cura o a un vaccino contro la malattia che uccide ogni anno milioni di persone
Zanzare malaria, un problema ancora molto diffuso in tutto il mondo
Zanzare malaria, un problema ancora molto diffuso in tutto il mondo (Shutterstock.com)

TERNI – Romano Proietti, 43 anni, di Stroncone (Terni) è morto martedì 22 agosto stroncato dalla malaria che si era preso in Africa, dove lavorava da tre anni. Proietti si era sentito male mentre si trovava in vacanza con la famiglia a Pineto degli Abruzzi (Teramo). Subito dopo è stato portato in ospedale, dove è stato ricoverato, ma purtroppo non è stato possibile fare più nulla e a poco sono valsi gli sforzi dei medici per salvarlo. Secondo quanto riferito dal sito Umbria Domani, Romano Proietti ha prima accusato una febbre molto alta. Dopo di che è stato ricoverato nell’ospedale abruzzese più vicino. La diagnosi formulata dai medici è stata drammatica: il 43enne aveva contratto la malaria – si presume in Africa. La malattia non gli ha lasciato scampo e in meno di 48 ore è giunta la morte. Sgomento tra i familiari e gli amici di Stroncone, che attendevano il loro ‘amico da una vita’ proprio per la tradizionale festa di paese. Proietti lascia un figlio di 11 anni, che si trovava con lui in vacanza a Pineto.

La ricerca continua
Mentre ancora si muore per la malaria, arriva dagli Usa la notizia che sono stati scoperti due nuovi anticorpi non convenzionali, che offrono nuove speranze per la lotta al male. A condurre lo studio sono stati i ricercatori dell’Istituto di Ricerca in Biomedicina (IRB) di Bellinzona, che hanno pubblicato i risultati sulla prestigiosa rivista Nature. La malaria – si legge nel comunicato dell’IRB – è una malattia che uccide ogni anno milioni di persone nel mondo e costituisce una delle principali cause di morte, in particolare nei Paesi della fascia tropicale e subtropicale. Gli scienziati di tutto il mondo sono da molto tempo impegnati nella ricerca di una cura o un rimedio preventivo.

Lo studio
I ricercatori hanno scoperto due nuove tipologie di anticorpi non convenzionali che sono frequentemente prodotti dagli individui esposti alla malaria e che contengono un frammento aggiuntivo che riconosce i parassiti della stessa malattia. Il parassita della malaria, il Plasmodium falciparum, è la causa della forma più grave e mortale di malaria. Nonostante ciò, alcuni individui che vivono nelle regioni in cui è diffusa la malattia possono divenire immuni da quest’infezione producendo da soli anticorpi in grado di riconoscere diversi parassiti della malaria. Già due anni fa il team dell’IRB e colleghi avevano scoperto una nuova classe di anticorpi che rivelava un’ampia reattività nei confronti dei parassiti della malaria. Questo era reso possibile grazie alla presenza di un grande frammento aggiuntivo nella struttura anticorpale. Tale frammento è chiamato LAIR1, e prende origine da una sequenza di DNA che si trova sul cromosoma 19, per poi inserirsi nei geni degli anticorpi presenti sul cromosoma 14 e generare anticorpi non convenzionali, che legano delle proteine specifiche del parassita, le RIFIN.

Un nuovo meccanismo
I risultati – ricorda il presidente dello Sportello dei Diritti, Giovanni D’Agata, che riporta la notizia – nel rilevante contesto della malaria, mostravano un nuovo meccanismo di diversificazione degli anticorpi. La frequenza di questi particolari anticorpi e i dettagli molecolari di tale meccanismo non erano tuttavia noti. In questa nuova ricerca si è scoperto che fino al 10% degli individui che sono esposti alla malaria in Kenya, in Mali e in Tanzania, producono anticorpi contenenti il LAIR1: tutto ciò suggerisce come questo nuovo tipo di anticorpo sia un’arma piuttosto comune per combattere l’infezione. Molti di questi anticorpi hanno una struttura simile a quella già descritta nel lavoro precedente, tuttavia i ricercatori hanno scoperto degli altri anticorpi con una struttura completamente nuova, in cui il LAIR1 è inserito nel cosiddetto ‘gomito’ dell’anticorpo. Il meccanismo di inserimento di LAIR1 si differenzia da quello descritto nel primo studio per la sua capacità di generare anticorpi con due diverse specificità, chiamati anticorpi bispecifici. Inoltre, studiando donatori europei non esposti alla malaria, i ricercatori hanno scoperto che sequenze di DNA derivanti da tutti i cromosomi si possono inserire nei geni degli anticorpi e – in alcuni casi – possono generare nuovi anticorpi bispecifici.

Nuovi approcci terapeutici
Quanto scoperto dai ricercatori fa ragionevolmente pensare che il nuovo meccanismo di inserimento rappresenti uno strumento aggiuntivo di diversificazione degli anticorpi che può essere selezionato nella risposta immunitaria contro i patogeni e che potrebbe essere sfruttato per l’ingegneria dei linfociti B al fine di sviluppare nuovi approcci terapeutici. «È sorprendente scoprire oggi nuovi tipi di anticorpi generati con un nuovo meccanismo molecolare – ha commentato il direttore dell’IRB e coordinatore dello studio Antonio Lanzavecchia – Questo dimostra come lo studio della risposta immunitaria dell’uomo, che abbiamo intrapreso da tempo all’IRB, può non solo portare a scoperte fondamentali ma anche a nuove applicazioni terapeutiche. Per molti anni l’uomo ha cercato nuovi modi per ingegnerizzare gli anticorpi. Ora sappiamo che la natura aveva già scoperto questo meccanismo».
Lo studio è stato condotto dall’Istituto di Ricerca in Biomedicina (IRB) di Bellinzona, affiliato all’Università della Svizzera Italiana (USI), in collaborazione con il KEMRI-Wellcome Trust Research Programme in Kenya, il Malaria Research and Training Centre in Mali, l’Ifakara Health Institute in Tanzania, lo Swiss Tropical and Public Health Institute di Basilea e l’Università di Oxford ed è stato finanziato dallo Swiss Vaccine Research Institute, dalla Fondazione Aldo e Cele Daccò e dall’European Research Council (ERC).