10 luglio 2020
Aggiornato 09:00
I problemi all’intestino agiscono sulla mente

Colon irritabile: una persona su dieci è depressa o ansiosa

Chi soffre di colite, o sindrome del colon irritabile, è probabile soffra anche psicologicamente, sviluppando depressione o ansia. Questo quanto rivelato da uno studio italiano

ROMA – I ricercatori dell’Associazione Italiana dei Gastroenterologi ed endoscopisti digestivi Ospedalieri (AIGO) hanno condotto uno studio in cui emerge che le persone che soffrono di colon irritabile sono più soggette anche a depressione e ansia. Un paziente su dieci infatti soffre di depressione, mentre quattro su dieci sono colpiti da ansia.

NON SOLO INTESTINO – Che l’intestino avesse un collegamento con il cervello era già stato ipotizzato molto tempo fa. D’altronde la forma stessa ricorda un po’ il cervello. E forse ora non è un caso che chi soffre di colite, o sindrome del colon irritabile, possa anche patire disturbi come la depressione e l’ansia. Così suggeriscono i risultati emersi dallo studio che ha coinvolto oltre 500 pazienti affetti dalla sindrome e in cura presso 26 centri AIGO. La malattia si conferma così un problema che ha gravi ripercussioni sulla qualità di vita, in particolare delle donne. Queste ultime sono difatti le più colpite, con il 73% dell’incidenza, e con un’età media di circa 40 anni.

QUALITÀ DELLA VITA – «Lo studio AIGO analizza la situazione sia dei pazienti appena diagnosticati (49,9% dei casi osservati) sia di quelli in cura già da tempo (51,1%) – Sottolinea Marco Soncini, coordinatore dello studio e consigliere nazionale AIGO – Si dovrebbe presumere che chi è già in terapia dovrebbe avere una qualità di vita migliore ma purtroppo non è così: infatti non emergono tra queste due categorie differenze di rilievo circa il modo in cui ogni paziente valuta la sua situazione. Ciò indica che le terapie oggi disponibili non sono soddisfacenti perché non riescono a ridurre le loro difficoltà, controllando i sintomi della malattia». Oltre la metà dei partecipanti allo studio hanno dichiarato che la sindrome li condiziona, obbligandoli a cambiamenti di abitudini nella vita privata, in quella lavorativa e relazionale. Una condizione dunque vissuta piuttosto male.