13 aprile 2021
Aggiornato 00:30
Partito Democratico

Nicola Zingaretti «assediato» rimanda il congresso al 2023

Una chiusura alla possibilità di un congresso anticipato che fa infuriare chi nel partito voleva che si rimettesse in gioco la leadership quest'anno, non subito, ma una volta chiusa la campagna vaccinale sì

Nicola Zingaretti, Segretario del PD
Nicola Zingaretti, Segretario del PD ANSA

«Le primarie saranno nel 2023». Nicola Zingaretti pronuncia queste parole durante le sue conclusioni della direzione nazionale del Pd convocata sulla questione delle donne, tagliate fuori dai ministeri del governo Draghi affidati ai dem. Assicura che si aprirà una discussione, un confronto franco di cui l'assemblea nazionale del 13 e 14 marzo sarà solo l'inizio, un dibattito senza caricature, senza abiure, senza guerre tra ex. Ma non le primarie. Le ultime sono state nel 2019, le prossime dunque si terranno nel 2023.

Una chiusura alla possibilità di un congresso anticipato che fa infuriare chi nel partito voleva che si rimettesse in gioco la leadership quest'anno, non subito, ma una volta chiusa la campagna vaccinale sì. Il più duro è Matteo Orfini: «Chiedere di fare un congresso ora è da marziani ma lo è anche dire che faremo le primarie nel 2023. Ed è anche una incredibile scorrettezza che sono certo Zingaretti vorrà immediatamente correggere».

Ma esplode la polemica anche sul tema delle donne. Intervengono diverse parlamentari durante la direzione. Lia Quartapelle, Enza Bruno Bossio, Giuditta Pini. Quest'ultima ricorda che quando Paola De Micheli divenne ministra Zingaretti le chiese di dimettersi da vicesegretaria mentre a Orlando no. «Orlando - suggerisce Pini - può dimettersi e poi al limite verrà riconfermato in assemblea. Ma se, come dice lo statuto, se ci sono due segretari, uno deve essere uomo e uno donna, allora la donna deve essere con funzioni di vicario. Altrimenti per l'ennesima volta diciamo una cosa e ne facciamo un'altra».

La richiesta di attribuire le funzioni di vicario alla vice donna «come da statuto articolo 9 comma 3» viene anche tradotta da Pini e Bruno Bossio in un ordine del giorno che la presidenza dichiara però inammissibile. Le due deputate chiedono di parlare per chiarire, la presidente del Pd Valentina Cuppi non glielo concede. «Tutto questo in una Direzione che ha come oggetto l'affermazione della parità di genere. Se non fosse accaduto, non avrei mai creduto potesse accadere nel PD», è il commento del senatore Francesco Verducci.

In serata viene approvato all'unanimità l'ordine del giorno che tra le altre cose chiede di attuare il principio della parità di genere nel partito nella delegazione di governo e nelle posizioni apicali. Il principio va applicato ovunque, a cominciare dalla nomina di una vicesegretaria donna. Nell'ordine del giorno il Pd si impegna a non concedere il proprio simbolo a iniziative di soli uomini. Sulla questione vicesegreteria interviene anche Orlando che spiega: «Non la vivo come un fatto personale. Io penso che gli assetti siano funzionali o meno a un passaggio. Il segretario ha ritenuto che in questo passaggio fosse funzionale. Per me viene prima la funzionalità degli assetti rispetto al destino personale, credo di averlo dimostrato con le scelte nel governo precedente».

Ma l'attuale ministro del Lavoro tocca anche il tema dell'identità del partito: «Il partito delle correnti è la conseguenza del partito degli eletti. Il nostro partito ha perso prevalentemente una struttura neutra per ragioni oggettive e vive grazie all'attività che si svolge attorno agli eletti».

Nella replica Zingaretti assicura che farà «di tutto perché ci sia un dibattito libero e chiaro ma anche che spinga tutti verso la responsabilità di un destino comune» perché «non possiamo vivere i prossimi mesi con fuori la battaglia politica tutti i giorni su come si spostano gli interessi e noi implosi dentro in una discussione tutta interna». Chiede il segretario: «Davvero pensiamo che possiamo arrivare a ottobre con M5s che si sta riorganizzando e la Lega che usa il potere ma bombarda il quartier generale come al tempo del Papeete? Possiamo arrivare a ottore o novembre con un partito che lunedì si trova sui giornali che si sta dissolvendo, il martedì che è contro il codice appalti, il mercoledì che Salvini è diventato un leader europeista ma abbiamo problemi se nei 5 stelle c'è un processo verso la bipolarizazione?».

«Non ho paura della discussione però deve essere fatta con rispetto, senza caricature, senza abiure, anche valorizzando quello che abbiamo fatto», dice infine il segretario che rivendica che dalla dura sconfitta del 2018 il partito si è rialzato, è cresciuto, alle europee, alle amministrative e anche dove si trova ora, nel governo Draghi, è a proprio agio in quello che deve essere considerato un successo mentre, osserva, a sentire alcuni interventi, sembra ci sia qualcosa di cui vergognarsi. Poi mette in soffitta - per ora - il tema dell'alleanza strategica con M5s.

«Dal giorno dopo della formazione del governo Conte abbiamo adottato una linea politica secondo cui non si governa da avversari ma da alleati per concludere una legislatura. Poi si è nominata alleanza strategica, organica, strutturale ma non è mai stato quello, è stata l'idea naturale di chi fa una scelta di voler chiudere una legislatura, di voler condividere un orizzonte. Conservo nella memoria e nel cellulare gli appelli di decine di candidati sindaci e candidati presidente di regione che mi scongiuravano di coinvolgere il M5S nelle alleanze per vincere. Ora quella fase si è esaurita, è finita, è chiusa. Siamo già in una fase nuova».

(con fonte Askanews)