21 ottobre 2020
Aggiornato 10:00
L'intervista

D'Onofrio: «Noi siamo i veri sovranisti, non Lega e Fratelli d'Italia»

L'avvocato Lorenzo D'Onofrio, segretario del Fronte sovranista italiano, presenta al DiariodelWeb.it il suo partito, salito questo weekend sul palco della Marcia della liberazione

Giorgia Meloni e Matteo Salvini
Giorgia Meloni e Matteo Salvini ANSA

Sono nati, in sordina, ormai quasi un decennio fa, ma alle ultime elezioni hanno iniziato a presentarsi nei Comuni e nelle Regioni. E, questo weekend, sono saliti sul palco della Marcia della liberazione, in piazza San Giovanni a Roma, presentandosi di fatto al panorama politico nazionale. Sono il Fronte sovranista italiano, che addirittura rivendica la primogenitura del tanto abusato termine «sovranismo». Antieuropei sì, ma non nazionalisti: per loro la vera sovranità è quella che «appartiene al popolo», come recita la nostra Costituzione. E alle prossime elezioni politiche ambiscono a portare questo programma addirittura in parlamento, alla testa di una grande alleanza sovranista. Il DiariodelWeb.it ne ha raggiunto il segretario, l'avvocato Lorenzo D'Onofrio.

Avvocato Lorenzo D'Onofrio, dal palco avete parlato di «impero europeo». Quindi il vostro allarme va addirittura oltre la prospettiva degli Stati Uniti d'Europa?
La definizione è forte, ma fa riferimento alle regole contenute nei trattati europei: non solo a quelle del mercato libero, ma anche della stessa amministrazione del potere. Il parlamento europeo non è un vero parlamento, perché non può legiferare, mentre la Commissione, che prende tutte le decisioni, non risponde agli elettori. Beninteso, non siamo noi a sostenerlo, poiché tutto ciò non è avvenuto di nascosto per un complotto, bensì alla luce del sole.

Cosa intende?
Diversi anni fa Mario Monti concesse un'intervista al giornalista Federico Rampini in un suo libro, in cui spiegava che il meccanismo europeo è stato volutamente concepito in questo modo. Siccome i commissari dovevano prendere misure impopolari, era necessario che operassero «al riparo dal processo elettorale». Questa è la sua definizione.

E quali sono le misure impopolari che andavano prese?
L'austerità, le politiche deflazionistiche, la flessibilità del lavoro. Ovvero, quelle misure che vanno a favore dei potentati economici, del grande capitale. Pensiamo solo al fatto che l'unico compito attribuito alla Banca centrale europea è quella di mantenere la stabilità dei prezzi e limitare l'inflazione. E se non sono popolari è perché contrastano con l'esigenza di creare lavoro, salari equi, giustizia sociale.

Quindi l'Unione europea nasce intrinsecamente antidemocratica?
Questo ce lo raccontava Tommaso Padoa Schioppa in un'intervista del 1999 che noi abbiamo tradotto dalla rivista francese Commentaire. Lui parlava di questo processo come di un «dispotismo illuminato», una rivoluzione portata avanti da banchieri e funzionari. La prospettiva è sempre stata quella di allentare il rapporto tra potere decisionale e cittadini. Lo stesso principio per cui Monti, prima di essere nominato capo del governo nel 2011, spiegava che per procedere nel percorso d'integrazione europea abbiamo bisogno delle crisi, perché così si può far passare decisioni che altrimenti il popolo non accetterebbe di buon grado.

Una dichiarazione che oggi, nell'epoca del post coronavirus, mette i brividi.
Su una cosa Monti ha ragione: le crisi possono essere opportunità. Possono anche scoperchiare il vaso di Pandora e indurre i cittadini a prendere coscienza del percorso che ha portato in trent'anni a ridurre i loro diritti. Quanto alla gestione del Covid, noi la contestiamo perché ha acuito dei problemi che erano già presenti.

Voi avete scritto un documento in cui accusate il governo di provvedimenti eccessivamente restrittivi.
Diciamocelo chiaramente, all'inizio nessuno ci ha capito niente. Era una situazione di caos, in cui probabilmente sono stati commessi errori. Ma in quella fase, forse, chiudere è stato anche giusto, mentre si cercava di capire e conoscere il virus. Quello che non era accettabile è l'atteggiamento di criminalizzazione dei cittadini e di divieto di condotte innocue: come andare in campagna, al mare, a passeggiare o a correre in solitaria. Si è creato un terrore generalizzato e una caccia all'untore, che ha avuto effetti psicologici e sociali. Ma non solo.

Che altro?
Ci sono anche le carenze sanitarie, che abbiamo ereditato da trent'anni di tagli alla spesa pubblica. Il fatto molto grave è che a queste carenze non si è posto rimedio nemmeno oggi, in vista di una possibile seconda ondata. Negli ospedali non si è provveduto alle assunzioni del personale medico e paramedico necessario e si fa ricorso alla somministrazione delle agenzie interinali. Così come carente, nonostante le dichiarazioni roboanti, è stato l'effettivo sostegno ai cittadini, ai lavoratori, alle attività commerciali e professionali. Alla faccia delle promesse delle famigerate «potenze di fuoco».

Il Recovery Fund non basta?
Non basta ed è anche potenzialmente pericoloso, perché a fronte dei soldi impone condizionalità e la richiesta di ulteriori riforme. E non si sa se e come arriverà, perché a distanza di mesi rimane tutto ancora sulla carta, mentre in Europa si continua a litigare sui modi per attuare queste misure. Oltretutto le risorse da cui attingeranno, al contrario di quanto ci racconta la narrazione dominante, proverranno in gran parte dal bilancio europeo, cioè dalla redistribuzione dei soldi degli stessi Paesi.

Quale sarebbe la possibile alternativa?
In questi mesi abbiamo visto che il ministero dell'Economia si sta finanziando con l'emissione di titoli di Stato in una misura molto inferiore al fabbisogno. Il mercato sarebbe disposto a darci altre centinaia di miliardi a condizioni mai viste negli ultimi anni, cioè a tassi d'interesse molto bassi. Perché non possiamo prenderli da lì e dobbiamo aspettare per forza le risorse europee? A queste domande il nostro governo non dà risposte.

A proposito di governo, stiamo assistendo ad una crisi totale del Movimento 5 stelle, a livello di consensi ma anche di rappresentatività. Sembra quasi che voi vogliate prendere esempio dagli errori che hanno commesso loro per evitare di ripeterli.
Non proprio. È vero che il M5s è nato con molte buone intenzioni e va dato loro il merito di aver cercato di riportare i cittadini alla partecipazione politica, tanto che tra i nostri militanti ci sono anche ex grillini disillusi. Ma aveva anche una tara fondamentale: quella di non voler creare una classe dirigente, una disciplina, un vero partito con una struttura e regole chiare. Ciò ha dato la possibilità ai furbi di sfruttare la buona fede delle tante persone che ci credevano per trarne un beneficio personale. Mentre alcuni stavano nelle piazze con i banchetti, altri lavoravano a far iscrivere amici e conoscenti che poi li avrebbero votati nelle famose primarie online.

È la versione 2.0 dei vecchi ras delle tessere. Non si sono inventati niente...
Già quella era una degenerazione della classe politica della prima Repubblica, che trasformò i partiti politici in gestione di clientele. Poi questo modello è stato istituzionalizzato con la nascita di Forza Italia e degli altri partiti personalistici.

Voi siete piuttosto duri con tutte le forze politiche attualmente in parlamento. Quindi escludete di allearvi anche con i partiti sovranisti, come Lega e Fratelli d'Italia?
Assolutamente sì. Prima di tutto perché non avrebbero alcun interesse. E poi perché, secondo noi, in Italia, da troppi anni, esiste un partito unico liberale. Le forze sia di governo che di opposizione sono sostanzialmente dei ricchi, come dimostrano le loro faraoniche campagne elettorali. che noi non possiamo permetterci.

Quindi quei partiti che vengono definiti sovranisti, anche con un certo tono denigratorio, voi ritenete che in realtà non lo siano.
Esatto. Lega e Fdi ci hanno scippato il termine «sovranismo», che per la prima volta noi portammo nel dibattito politico italiano a partire dal 2010, sulla nostra rivista. Poi lo abbiamo definito organicamente, facendo esplicito riferimento alla riconquista della sovranità popolare, come richiama il primo articolo della Costituzione. Gli altri hanno ridotto il sovranismo ad una specie di nazionalismo, che non ci appartiene.

La vostra estrazione è molto più vicina al socialismo, invece.
Noi ci definiamo neo-socialisti. E non c'è socialismo senza democrazia. Per noi sovranismo significa restituire al popolo il potere di eleggere i propri rappresentanti in parlamento, per poter legiferare secondo l'interesse popolare e promuovere politiche sociali.

Quindi con chi immaginate di allearvi, in vista delle elezioni politiche del 2023?
Con quelle formazioni che stanno seguendo un percorso simile al nostro. Al momento potremmo collaborare con realtà come Vox, oppure come Italexit di Paragone, nel momento in cui dichiarerà esattamente cosa vuole fare: creare una frazione dell'alleanza o andare da solo, cercando di inglobare fuoriusciti del M5s. Noi lo aspettiamo al varco e intanto continuiamo per la nostra strada. La nostra costruzione è lenta: abbiamo sempre detto che l'obiettivo è pluri-decennale e sappiamo che i frutti li raccoglieranno probabilmente le prossime generazioni.

Il processo sarà lungo, ma intanto che obiettivi vi ponete per le prossime elezioni?
Innanzitutto quello di avere candidati ben selezionati in tutti i collegi e militanti ben organizzati per compiere la mastodontica attività della raccolta di firme. Per noi sarebbe un'opportunità grandissima per parlare al popolo. Alle comunali e alle regionali, dove ci siamo presentati, pur prendendo lo zero virgola, i gruppi locali sono cresciuti in numero e qualità. Quella per le politiche sarebbe la nostra vera campagna elettorale, che ci permetterebbe di portare la nostra visione, che contrasta con quella di tutti gli altri.