27 settembre 2020
Aggiornato 21:00
L'intervista

Costa: «Passo con Calenda e lascio Forza Italia, una forza che sta venendo meno»

L'ex ministro Enrico Costa spiega al DiariodelWeb.it le ragioni del suo addio a Forza Italia per aderire al movimento Azione lanciato da Carlo Calenda

Il deputato Enrico Costa (a sinistra), con Carlo Calenda e Matteo Richetti, durante la conferenza stampa per annunciare il suo passaggio da Forza Italia al movimento Azione
Il deputato Enrico Costa (a sinistra), con Carlo Calenda e Matteo Richetti, durante la conferenza stampa per annunciare il suo passaggio da Forza Italia al movimento Azione ANSA

Forza Italia perde un pezzo importante. Enrico Costa, ex ministro degli Affari regionali dei governi Renzi e Gentiloni e poi responsabile Giustizia del partito di Silvio Berlusconi, lascia gli azzurri per aderire ad Azione, il movimento lanciato da Carlo Calenda. Un ulteriore segnale della crisi di consenti, avvertita tanto nel Paese quanto nel palazzo, che stanno attraversando i forzisti. Schiacciati da un lato da chi vorrebbe flirtare con il governo Conte, dall'altro da chi si mette in scia ai più forti alleati di Lega e Fratelli d'Italia. Proprio questo è stato il motivo dell'addio deciso da Costa, come lui stesso spiega ai microfoni del DiariodelWeb.it.

Onorevole Enrico Costa, com'è maturata la sua scelta di lasciare Forza Italia per passare ad Azione?
L'ho maturata con il tempo, dopo aver riflettuto sulla linea che stava assumendo Forza Italia. Una linea divisa tra chi voleva adagiarsi sui sovranisti e chi voleva entrare al governo con i populisti del M5s.

Lei non stava né con gli uni, né con gli altri?
Io penso che occorra fare qualcosa di diverso e innovativo. Ovvero cercare di mettere insieme tutti i liberali, oggi sparsi nel panorama politico e divisi in mille rivoli, per creare una grande area che possa rappresentare un'alternativa alle forze più estreme, sia di governo che di opposizione.

Carlo Calenda è la persona giusta per riuscirci?
La riflessione politica, chiaramente, corre sulle gambe delle persone, quindi c'è necessità assoluta di interpreti capaci di trasferirla. Secondo me Calenda è quello giusto, soprattutto per via di una sua caratteristica: quando parla è perché ha studiato, conosce i dati e le dinamiche e ha una base solida di preparazione e di competenza. Questo è quello che ho sempre cercato di fare anch'io.

Quindi lei pensa che Forza Italia abbia tradito la sua natura liberale?
No, perché il tradimento presupporrebbe una consapevolezza. Io penso, piuttosto, che sia mancata la volontà di costruire un'identità politica liberale. Capisco che all'interno ci possano essere varie opinioni, ma avrebbe dovuto prevalere una posizione netta e dialettica. Questo non è successo. Leggo autorevoli esponenti di Forza Italia, che un giorno esprimono fermissima opposizione al governo, un altro vorrebbero andare a sostenerlo.

Questo accade perché è venuta a mancare la forte leadership di Berlusconi?
Questo accade perché non si è deciso che linea assumere. E a forza di restare indecisi, l'elettorato non ti riconosce più. Forza Italia è passata da avere i due quinti dei voti dell'intero centrodestra alle Politiche, ad un quinto alle Europee, fino ad un settimo negli attuali sondaggi. Evidentemente si tratta di una forza che sta venendo meno.

Che fine farà Forza Italia?
Penso che in questa fase sia difficile da dire. Molto dipenderà dalla legge elettorale: se dovesse essere proporzionale, tutti i nodi verrebbero al pettine.

Anche voi di Azione siete interessati alla questione della legge elettorale. A che numeri pensate di poter ambire?
Penso che l'area liberale possa avvicinarsi alle due cifre. Ovviamente dovrà essere coinvolgente, aperta, capace di far comprendere il suo programma e interpretata da persone dalla forte identità.

Sono vere le voci che danno altri esponenti di rilievo di Forza Italia in arrivo in Azione? Si parla addirittura della Carfagna...
Le ho lette anch'io. Personalmente credo che Azione non debba andare in giro a cercare nessuno. Avere gruppi parlamentari più o meno ampi non fa la differenza: quello che conta è saper trasmettere al Paese un'identità e una linea politica.

Crosetto si è rammaricato che lei lasci il centrodestra. Dunque è diventato di centrosinistra?
Io sono un uomo di centrodestra e lo rimango. Anche se lascio un partito che fa parte della coalizione di centrodestra.

Qual è la sua opinione sul governo e sul modo in cui sta gestendo la crisi economica?
La linea mi sembra piuttosto improvvisata. Vedo che di risorse da spendere, in questo momento, ce ne sono molte, ma molte vanno sprecate, perché manca una programmazione.

Tra queste risorse di cui ci dovremmo dotare lei sarebbe favorevole anche a chiedere il famigerato Mes?
Lo scontro, finora, verte sulla scelta tra avere o non avere il Mes. A me piacerebbe che ci si domandasse che cosa vogliamo farci, quali sono gli interventi specifici a cui servirebbe. Questo sarebbe un dibattito molto più produttivo.

La sua attenzione si è sempre rivolta ai temi della giustizia. Dopo gli scandali scoppiati nei mesi scorsi, dal caso Palamara al processo Berlusconi, che quadro emerge della nostra magistratura?
Il sistema della giustizia va assolutamente rivisto. Ho letto le bozze di riforma del ministro Bonafede e mi sembrano solo delle toppe, che non daranno nessun risultato. Ha previsto una serie di norme e di paletti arzigogolati che porteranno solo ad una valanga di ricorsi al Tar dopo ogni nomina. Quindi alla fine non sarà più il Csm a decidere i capi degli uffici giudiziari, ma sarà il Consiglio di Stato.

Invece la nostra giustizia andrebbe completamente ribaltata?
Sì, partendo da una riforma culturale. Oggi il pubblico ministero viene percepito come un giudice, non come un avvocato dell'accusa. Quello che sostiene con le sue conferenze stampa o le sue ordinanze, molto spesso prima ancora che la difesa possa aprire bocca, viene preso per oro colato dalla stampa. La sentenza mediatica viene subito pronunciata sui giornali e le accuse si appiccicano addosso alle persone, come etichette che non si possono più togliere. Persino quando, dopo anni, l'imputato verrà assolto, tra l'altro senza che nessuno si preoccupi più di vedere chi ha sbagliato. Per questo noi chiediamo la separazione delle carriere. Vogliamo che al centro del sistema stia il cittadino, non il magistrato.

A proposito, le chiedo di un cittadino un po' particolare: Matteo Salvini. Lei ritiene che sia stato trattato correttamente, con l'autorizzazione al processo?
Da qualunque parte lo si prenda, è stato un provvedimento zoppo. Nessuno mi può far pensare che la scelta di Salvini sia stata autonoma. Il governo è un organo collegiale: certo, un ministro assume delle decisioni, ma un presidente del Consiglio ha la prerogativa di bloccarle, e in quella fase non lo ha fatto.

Quindi c'è una responsabilità anche di tutto l'allora governo gialloverde?
Certo. Se c'era l'interesse pubblico, la richiesta di autorizzazione andava respinta. Se non c'era, allora andava estesa anche al resto del governo.