28 novembre 2021
Aggiornato 21:00
L'intervista

Osnato: «Il centrodestra riparta dalla coesione e dalle sue parole d'ordine»

Con il deputato di Fratelli d'Italia Marco Osnato il DiariodelWeb.it riflette sulla situazione della coalizione di centrodestra e sulle sue prospettive per il futuro

Il Deputato di Fratelli d'Italia, Marco Osnato
Il Deputato di Fratelli d'Italia, Marco Osnato Facebook

Anche se uno dei suoi partiti, Fratelli d'Italia, è uscito vittorioso, come prima forza politica in Italia, il centrodestra nel suo complesso non si può certo ritenere soddisfatta dell'esito delle ultime elezioni amministrative. Tanto che all'interno della coalizione si è subito aperta una riflessione, all'insegna di un'unità di cui forse non sempre si è data l'impressione, ma che va ritrovata saldamente e al più presto. Alle porte, infatti, c'è l'elezione del prossimo presidente della Repubblica: un obiettivo da non fallire. Il DiariodelWeb.it ha analizzato la situazione post-elettorale dell'alleanza e le sue prospettive future con l'onorevole Marco Osnato, deputato di Fratelli d'Italia.

Onorevole Marco Osnato, alle ultime elezioni amministrative Fratelli d'Italia ha realizzato un buon exploit come partito. A livello di coalizione, invece, nel centrodestra c'è qualcosa da rivedere?
Fratelli d'Italia esce sicuramente rafforzato da queste elezioni. Questo ci indica che la strada che abbiamo intrapreso, a livello di argomenti, di contributi sostanziali, di azione politica e anche di comunicazione è giusta. Ma non ci basta. Evidentemente, qualcosa non è andato come ci aspettavamo, nel complesso del centrodestra.

Che cosa, in particolare, non ha funzionato?
È vero che le elezioni amministrative sono sempre un po' più difficili per noi, per mille ragioni. Ma sicuramente non abbiamo dato l'idea di una coalizione coesa, forte e di larghissima prospettiva. La scelta dei candidati, giusti o sbagliati che fossero, è arrivata troppo in ritardo. La trattativa è stata estenuante, anche per i nostri elettori. Infatti penso che l'astensionismo sia un segnale più nei nostri confronti che verso altre forze politiche.

Tra la Lega e Fdi, insomma, si è data l'impressione di un'alleanza troppo traballante?
Sicuramente la contingenza politica non aiuta: alcune forze politiche di centrodestra sono in maggioranza e noi, in particolare, no. Per fortuna, anche in seguito al risultato elettorale, mi sembra che si sia deciso di trovare un modo più comune di affrontare alcuni argomenti. Soprattutto riportando al centro le nostre parole d'ordine, sia al governo che fuori.

Molti hanno sottolineato come la strategia del tridente, senza un leader designato, amplifichi le litigiosità interne. Lei è d'accordo?
Io non credo che l'idea delle tre punte sia sbagliata. Non c'è una leadership più forte di altre anche se, inevitabilmente, in questo momento i sondaggi indicano che Giorgia Meloni goda di maggior popolarità. Però a suo tempo si è deciso di utilizzare questa formula, che credo sia anche meritocratica. Nella difficoltà di indire le primarie, noi le facciamo coincidere con le elezioni. E anche questa legge elettorale si presta molto, quindi non credo che sia un problema.

A proposito di legge elettorale, come valuta la prospettiva di un ritorno al maggioritario?
Io la preferisco. Ma in ogni caso l'importante è che ci sia un premio di maggioranza per la coalizione che prende un voto in più. Così, al lunedì mattina, quando si torna dal seggio elettorale, si sa chi ha vinto: altrimenti siamo sempre punto e daccapo. Se cerchiamo di fare ogni legge elettorale non tanto per fare in modo che una forza politica vinca, ma viceversa per far sì che nessuno perda, ci ritroviamo di nuovo come a marzo 2018. Quando ci vollero quattro mesi per fare un governo, con le conseguenze che vediamo ancora oggi.

Quali sono, dunque, i temi sui quali il centrodestra deve puntare per fare in modo che non abbia solo i favori dei sondaggi ma si possa presentare come alternativa credibile di governo?
Al centro c'è il fisco: ora andremo a discutere la legge delega sulla riforma fiscale, che è una presa in giro totale. Ci si propone solo la sistemazione di qualche aliquota, quando noi volevamo realizzare un vero shock, a partire dalla flat tax incrementale. Laddove si è riuscita ad applicarla, come sulle partite Iva fino a 75 mila euro, ha funzionato molto bene, ha fatto emergere il nero e ripartire alcuni settori. E poi spingiamo perché venga reso di rango costituzionale lo Statuto del contribuente, perché si elimini l'Irap, perché si ridia ossigeno alle imprese. Tutto questo nel contesto del Pnrr, che ci auguriamo possa finalmente permetterci di recuperare il gap infrastrutturale tra Nord e Sud Italia e con il resto d'Europa.

E oltre al fisco?
Politiche sulla sicurezza, sull'immigrazione, sul nostro posizionamento estero. Che è stato assolutamente imbarazzante in questi tre anni e mezzo di legislatura. Siamo passati da essere filo-cinesi a blandamente filo-americani, per poi innamorarci di Putin. Dimenticandoci che l'unica cosa che ci deve importare è l'interesse nazionale.

Quindi la lezione che ci giunge dalle elezioni è che il centrodestra deve tornare alle sue tematiche fondamentali e identitarie?
Certo. Basti considerare che, quando riusciamo a farlo, veniamo premiati in termini elettorali. Quando non ci riusciamo, e inseguiamo altri argomenti, il nostro elettorato rimane disorientato e veniamo giustamente puniti.

Pensa che Berlusconi al Quirinale, oltre ad essere una candidatura di bandiera, possa essere davvero realistica e percorribile?
Lei sa meglio di me che le elezioni del presidente della Repubblica sono una delle più grosse incognite della politica, non solo italiana ma mondiale. Credo che Berlusconi abbia tutti i titoli per poterlo fare. Ma, soprattutto, sono convinto che il centrodestra, questa volta, ha l'occasione di essere determinante e non deve perderla. Soprattutto se la nostra coalizione, come affermano tutti i sondaggi, dovesse vincere le prossime elezioni politiche: credo che sia giusto trovare una persona non pregiudizialmente ostile al nostro governo.

E se dovesse essere eletto Draghi, invece, che cosa significherebbe?
Draghi ha un'autorevolezza che noi non abbiamo mai sminuito: anzi, crediamo che sia l'unico aspetto positivo di questo governo. Anche se, vedendo i prodromi della legge di Bilancio, non mi sembra che questo l'abbia preservato dall'assalto alla diligenza dei partiti. Detto questo, credo che dovrà essere Draghi stesso a decidere se fare il presidente della Repubblica e, in tal caso, chiedere alla sua maggioranza un sostegno alla sua ascesa. Ma non mi sembra che il Pd e il M5s abbiano questa intenzione: perché questo significherebbe andare a votare e questi partiti vedrebbero ridotte drasticamente le loro presenze in parlamento e vedrebbero svanire le possibilità di stare al governo.

Il Pd ha ragione a presentarsi come vincitore delle ultime elezioni?
Il Pd ha vinto le elezioni sostanzialmente perché le ha perse il centrodestra. Il risultato non cambia. Io vedo il caso di Milano: sicuramente è il partito di riferimento di un'area della città, ma non la rappresenta nella sua interezza. L'astensionismo è stato così forte che io, se fossi in loro, farei una riflessione. Da partito democratico e popolare sono diventati sempre più di apparato, dei garantiti. Al contrario del centrodestra, quando vuole. Noi abbiamo diverse sfaccettature ma la tensione ad unirci, mentre il centrosinistra si riduce al solo Pd e non so cosa farà il M5s. La prospettiva è diversa.

Ieri Micciché ha dichiarato al Corriere che vorrebbe Italia Viva nel centrodestra. Cosa gli risponde?
Faccio fatica a rispondere a Micciché, perché non ho mai capito se è veramente nel centrodestra, se chiama altri nel centrodestra, se vuole fare un altro centrodestra, se vuole fare il Pierino... Ma non credo che il disegno futuro della coalizione sia nelle sue mani.