31 maggio 2020
Aggiornato 09:00
L'intervista

Mangione (Fns Cisl) al Diario: «Ecco perché i nostri agenti di polizia penitenziaria non sono più al sicuro»

Ogni giorno, a livello nazionale, ci sono circa 3 agenti di polizia penitenziaria aggrediti. Cosa sta accadendo? Lo abbiamo chiesto a Salvatore Mangione, del sindacato Fns Cisl

ROMA - Nei primi anni del decennio, col «Piano Alfano», si è incrementata la capacità detentiva delle carceri senza provvedere contestualmente a nuove assunzioni di agenti di Polizia Penitenziaria. Per arginare il problema è stata lanciata la cosiddetta «sorveglianza dinamica», ovverosia gli agenti non presidiano più fisicamente la sezione ma osservano i detenuti con impianti di video sorveglianza limitandosi ad intervenire laddove necessario. Attualmente è operativo circa un agente ogni 50 reclusi ma la situazione va aggravandosi nei periodi estivi con le turnazioni per le ferie. Il poliziotto, inoltre, non assolve esclusivamente il lavoro di monitoraggio ma è anche sottoposto ad altre incombenze, i detenuti vanno portati in infermeria, ai colloqui con gli avvocati, all'Area trattamentale e via discorrendo. Altra grave fonte di dispersione di energie si ha quando il medico in servizio per oggettive necessità, o umanamente non sentendosela di assumersi determinate responsabilità, dichiara che un detenuto va urgentemente portato al Pronto soccorso per accertamenti ed ecco che in questi casi una struttura già all'osso per il personale perde altre unità operative.

Sentenza Torreggiani
Dire che gli agenti debbano fare i salti mortali è un eufemismo, ma c'è di più. Nel 2013 con la «Sentenza Torreggiani», sempre in merito al problema del sovraffollamento carcerario, la Corte di Strasburgo ha condannato l'Italia  per violazione dei diritti umani; si decide pertanto che per 8 ore al giorno i detenuti vengano lasciati uscire dalle proprie celle e siano liberi di circolare negli spazi comuni, nella maggior parte dei casi il semplice corridoio. Lentamente, mese dopo mese, questa modifica del trattamento ha comportato la nascita di un clima di minor rigidità con la conseguente diminuzione del rispetto verso gli agenti, la divisa, lo stato. La maggior severità che si percepiva nel sistema quando iniziai a lavorare portava ad avere più rispetto e conseguentemente una situazione più tranquilla. Per quanto concerne i soggetti con cui abbiamo da rapportarci tenete presente che il carcere non accoglie solo i delinquenti in senso stretto ma anche coloro che una volta sarebbero stati ospitati nei manicomi. Fu una decisione ipocrita la chiusura di quelle strutture che di certo non fece riguadagnare il senno ha chi non l'aveva ma semplicemente pose il fardello della gestione in capo ad altri soggetti, piuttosto che chiuderli li avrei riformati rendendoli meno degradanti per la condizione umana.

Nervosismi
A questa situazione in cui ci immergiamo quotidianamente appena varchiamo le porte d'ingresso si aggiungono specifiche occasioni di nervosismo che siamo chiamati a gestire. Per un recluso gli anni del carcere, spesso in attesa del processo conclusivo, sono anni pesanti. Come ho già detto, rispetto ad una volta, vi è minor severità dell'ambiente con una scarsa fisicità degli agenti ed un controllo appena percepito, in questo contesto difficile con soggetti che certo non rappresentano la crema della società ecco che talvolta nasce un'aggressività che si rivolge verso gli agenti della Polizia Penitenziaria che in quel momento, con la loro divisa blu, rappresentano lo stato. Non è certamente colpa del poliziotto se il servizio dei dentisti è insufficiente rispetto al numero dei reclusi ma è contro il poliziotto che il detenuto (magari da 5 giorni sofferente per mal di denti) si scaglia.

Età
Anche le modalità di intervento per riportare la calma sono difficoltose, gli agenti hanno un'età media che oscilla dai 40 ai 50 anni, i detenuti sono spesso giovani, nel pieno delle forze e che nelle ore libere svolgono attività fisica in palestra. L'agente non ha armi, la sua unica forza è il numero è la capacità di persuasione. In pochissimi carceri vi sono celle idonee dove rinchiudere i soggetti facinorosi in attesa che si calmino. Esiste l'isolamento, è vero, ma è una misura estrema cui non si ricorre frequentemente; inoltre non tutti i detenuti sopportano il regime d'isolamento e specifici certificati medici impediscono alla Polizia Penitenzia di porre un soggetto in isolamento.

Tre aggressioni al giorno
Tre aggressioni al giorno sono molte ma sarebbero molte di più se non vi fosse la nostra professionalità che si manifesta non solo quando interveniamo ma anche quando, monitorando continuamente i detenuti, impediamo che si creino capannelli di soggetti facinorosi; costantemente operiamo per dividere in sezioni diverse coloro che uniti potrebbero creare un branco pericoloso, trasferiamo in altri carceri i soggetti che una volta radicati possono creare disturbo. Il nostro lavoro si basa sulla prevenzione che con la nostra grande esperienza riesce ad essere efficace anche se non capiamo ciò che si dicono il 70% dei reclusi di origine araba. Insomma, facciamo si che le cose vadano avanti e che la vita normale dei cittadini non venga turbata da questo mondo.

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