12 dicembre 2018
Aggiornato 08:30

Giornalisti indignati: «Di Maio attacca la libertà di stampa». Ma cosa facevano Renzi e Berlusconi?

L'Ordine minaccia manifestazioni e iniziative di protesta contro gli «attacchi sconsiderati» del ministro. Ma se guardiamo il comportamento dei suoi predecessori...
Luigi Di Maio, vice premier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico
Luigi Di Maio, vice premier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico (Riccardo Antimiani | ANSA)

ROMA – L'Ordine dei giornalisti è sul piede di guerra contro il governo. Il vicepremier e ministro Luigi Di Maio ha portato nei confronti delle testate del gruppo Gedi, in particolare Repubblica e L'Espresso, «attacchi sconsiderati» e di «una gravità inaudita». Non solo, «ha portato un cazzotto all'articolo 21 della Costituzione e al diritto dei cittadini ad essere informati». Di fronte a questo atteggiamento, di fronte al presidente del Consiglio Giuseppe Conte che si pone come «il grande inquisitore contro la libertà di stampa», l'Odg, ma anche i sindacati Fnsi e Usigrai, hanno svolto una conferenza stampa nel corso della quale hanno annunciato una serie di iniziative di protesta (tutte da organizzare): a partire, sul modello americano anti Trump, da un editoriale di contenuto analogo da far uscire lo stesso giorno su tutti i giornali italiani per arrivare ad una manifestazione che coinvolga non solo i giornalisti ma tutte quelle fette della società (spesso quelle più in difficoltà) che hanno bisogno della libera informazione.

L'agitazione dei vertici
Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, segretario e presidente della Fnsi, Vittorio Di Trapani, segretario dell'Usigrai, e Carlo Verna, presidente dell'Ordine dei giornalisti, hanno incontrato in una conferenza stampa colleghi, comitati di redazione, rappresentanti degli organismi territoriali della categoria per manifestare la preoccupazione di tutti per attacchi, a partire da quelli di Di Maio (per i quali il ministro «dovrebbe chiedere scusa») che hanno come obiettivo quello di «indebolire l'informazione», con sullo sfondo «un disegno molto più ampio, un disegno che punta a indebolire l'articolo 21 della Costituzione (dedicato alla libertà di stampa, ndr) e i valori contenuti nella prima parte della carta. Si punta ad eliminare ogni intermediazione».

I precedenti di Renzi e Berlusconi
Ma questo grido d'allarme del mondo giornalistico è davvero giustificato, viene da chiedersi? Davvero il governo gialloverde sta portando degli attacchi senza precedenti alla libertà d'informazione? Basta rileggere la storia politica recente per rispondere con chiarezza di no. Senza tornare indietro ai tempi di Berlusconi, con i suoi editti bulgari, le sue leggi bavaglio e i suoi continui attacchi ai quotidiani che lo criticavano, basti pensare al comportamento che ha sempre tenuto Matteo Renzi contro quelli che definiva i «gufi» o i «rosiconi», colpevoli di non condividere la sua linea. L'ex segretario del Partito democratico arrivò al punto di proiettare a tutto schermo alla sua Leopolda del 2015 una lista di tutte le prime pagine dei giornali a lui non gradite, annoverando tra gli altri Libero, Il Giornale e Il Fatto quotidiano. Per non parlare dei suoi predecessori a sinistra, come Massimo D'Alema, che affermò apertamente che non leggere i giornali era semplicemente «un segno di civiltà», e la soluzione era «lasciarli in edicola». Sicuri, insomma, che il Movimento 5 stelle sia così pericoloso per l'articolo 21 della Costituzione?