21 novembre 2018
Aggiornato 06:00

Gli immigrati della Diciotti in arrivo alle porte di Roma: la rabbia di Fratelli d'Italia

Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera, si scaglia contro il governo. «Questo coinvolgimento della Cei non ha senso»
Donne sbarcano dalla nave Diciotti
Donne sbarcano dalla nave Diciotti (ANSA/ORIETTA SCARDINO)

ROMA - La questione della nave Diciotti e dei migranti sbarcati in Sicilia continua a tenere banco anche ora che una situazione sembra essere stata trovata. Perché il problema non era solo farli scendere dalla nave, ma accoglierli: chi, dove e come. Alla fine il ruolo centrale lo ha giocato la Cei e i migranti sono in arrivo nel centro di accoglienza di Rocca di Papa, alle porte di Roma. Una decisione che apre la strada a nuove polemiche, con i cittadini già sul piede di guerra. A opporsi, in prima fila, c'è Fratelli d'Italia con Fabio Rampelli, parlamentare della forza politica guidata da Giorgia Meloni e vicepresidente della Camera, a tuonare contro il governo in primis: «Il blocco dei porti non funziona, la disponibilità di qualche nazione extra Unione europea è stata una geniale provocazione verso Bruxelles e ci auguriamo possano aggregarsi altri stati per scuotere il pachiderma eurocrate, ma il coinvolgimento della Cei, così come si sta manifestando, non ha ragione di essere». 

I migranti verso Roma
La Cei, accusa Rampelli, «decide autonomamente dove indirizzare gli immigrati che, comunque, finiranno sul suolo italiano. Comunichiamo ufficialmente ad esempio che Rocca di Papa, meta prescelta per il trasferimento di 100 irregolari dalla Sicilia, è ubicata nei Castelli romani, al confine con una Capitale già devastata dagli insediamenti legali e abusivi di clandestini». E ora «anche questi nuovi ospiti ricadranno su Roma e la sua provincia e questo è inaccettabile perché il territorio romano è già rifugio prediletto per tutti coloro che fuoriescono dai centri di accoglienza, perché non hanno più titolo per restarci o perché cercano opportunità economiche».

«Non può essere questa la soluzione»
«No, non può essere questa» osserva Rampelli «la soluzione del 'governo del cambiamento' dal momento che è identica nei risultati finali a quella praticata dai governi precedenti. Anzi, se vogliamo essere più precisi, con il metodo Alfano-Minniti i Comuni venivano informati e coinvolti a monte con la distribuzione delle quote di immigrati, con il metodo Cei possono trovarsi gli ospiti a casa propria senza saperne nulla e dovendo comunque organizzare i conseguenti servizi. Ribadiamo che l'unica strada percorribile per dare una svolta alla gestione del flusso di stranieri senza permesso è quella di fatto praticata dagli altri paesi europei e occidentali, quella del respingimento. Non accettare una distribuzione delle quote di irregolari (e non soltanto di profughi) significa 'respingere', corrisponde a erigere i muri dell'Ungheria, della Serbia o degli Usa, non c'è differenza. Nel nostro caso le frontiere non sono terrestri e si possono analogamente proteggere solo con il pattugliamento del confine con le acque territoriali libiche da parte della nostra flotta e contestualmente stipulando accordi con il governo di Tripoli per riportare indietro o trasferire sulle motovedette libiche i clandestini».

La richiesta di Fdi: blocco navale
Il blocco, insiste Rampelli riprendendo e spiegando la proposta di Fratelli d'Italia, «viene attuato in tutti i paesi del mondo, con il divieto d'ingresso senza permesso di soggiorno, con i confini pattugliati dagli eserciti, con i respingimenti navali, con lo scoraggiamento a partire per chi non ha avanzato una specifica richiesta. Non pare giusto, dopo tante polemiche, invece che attivare procedure alternative all'andazzo fin qui perseguito far decidere alla Cei dove collocare gli immigrati sul territorio nazionale. È giusto concretizzare il blocco navale che fu attuato da Prodi e Napolitano nel 1997, perché perfino loro si resero conto che era l'unico rimedio per scongiurare il trasferimento di decine di migliaia di albanesi sulle coste adriatiche».