23 ottobre 2018
Aggiornato 14:00

L'occupazione precaria segna un nuovo record: ma la sinistra preferisce lo sfruttamento alla dignità

Torna l'economia ottocentesca, all'americana. Viaggio in un mondo senza regole, che deprime l'economia italiana rendendola priva di prospettiva
Striscione esposto dai disoccupati. Foto di repertorio
Striscione esposto dai disoccupati. Foto di repertorio (ANSA / CIRO FUSCO)

ROMA - Il classico dilemma del prigioniero si staglia sulla prospettiva economica italiana. Accettare condizioni di lavoro precarie, mal pagate, e aumentare il numero di posti di lavoro, oppure virare verso un'occupazione di qualità, stabile, ma con volumi minori? Una terza via non c'è, almeno apparentemente. Ovviamente questa condizione travolge la dimensione nazionale della comunità, frammentandola in tanti piccoli interessi particolari, demolendo lo stesso concetto di nazione fondata sul lavoro: almeno questo è scritto nell'Art 1 della Costituzione. La trasformazione del lavoro, il lavoro che piace alla sinistra neo liberista di Renzi e compagni, stronca la domanda aggregata, i consumi, la produzione: un circolo vizioso che pare l'orizzonte unico dell'occidente. Tutti contro tutti, per un lavoretto qualsiasi, magari manco pagato. Il «decreto dignità» va nella seconda direzione e in Europa, o forse nel mondo globalizzato, rappresenta in ogni caso un punto di rottura ideologico. In un contesto economico in cui il lavoro cammina sul crinale scosceso della gig economy, in cui la robotizzazione tende a divorare il concetto stesso di «occupazione», quanto proposto dal governo italiano è un coraggioso atto suicida. Quanto meno dal punto di vista culturale abbiamo scoperto che esiste qualcuno che ha il coraggio di alzare il dito indice e dire: «Non sono d'accordo».

Dati trionfali, si torna all'800
Giungono, a certificare questo scenario, i dati diffusi dall'Istat con il tasso di disoccupazione che è aumentato di due decimi di punto salendo al 10,9%. I disoccupati in Italia sono 2 milioni e 866 mila. Al contrario, dopo tre mesi consecutivi di crescita, il numero di occupati è calato di 49 mila unità. Ma, la vera notizia è trasformazione ormai strutturale del lavoro: da stabile a precario sempre più rapidamente e strutturalmente. I dipendenti a termine (+16 mila), segnano un nuovo record raggiungendo i 3 milioni 105 mila. L'aumento prosegue senza sosta dal gennaio di quest'anno e conferma un trend che nel suo complesso si registra a partire dal 2014. All'aumentate dell'occupazione precaria decrescono i consumi e aumentano i risparmi, anche se di lieve entità: è una regola ferrea, inutile tentare di confutarla. La creazione in occidente di una enorme sacca di «poveri lavoratori» conferma questa condizione. E' possibile quindi incidere sul "nuovo" concetto di lavoro? Vedendo la reazione scomposta che genera il decreto di Luigi Di Maio, che per altro non risulta vistosamente novecentesco – basti pensare che l'art 18 non viene reintrodotto, bensì le mensilità «compensative» passano da 24 a 36 in caso di licenziamento senza giusta causa – si direbbe che la realtà sia immutabile, ma soprattutto che la parte più dura della trasformazione debba ancora giungere. Il contesto ricorda fortemente lo scontro ideologico che si tenne al termine dell'800 tra due concezioni filosofiche molto diverse. In Europa spadroneggiò la visione di Alfred Krupp, fondatore delle celebri acciaierie, che vedevano nella fabbrica il punto di congiunzione tra il lavoro, il profitto e sicurezza sociale. Il suo modello culturale, arcaico ovviamente, prevedeva la totale dedizione al lavoro da parte dei dipendenti, ma al contempo escludeva la «precarietà» dall'orizzonte di vita dei lavoratori. Condizione umana, quella precaria, che portava - secondo il magnate tedesco - alla tensione sociale, all'accumularsi di risentimento popolare, vero humus per le insurrezione. Sull'altra sponda dell'oceano si muovevano invece i «baroni rapinatori», magnati dell'acciaio, delle ferrovie, del legname, del petrolio, il cui unico scopo era l'accumulazione di valore a scapito di chiunque. Sono passati alla storia: Rockfeller, Jp Morgan e altri per aver creato uno feroce sistema di lavoro fondato sulla competitività al di là della legge, perfino della morale. Rifiutavano di pagare le tasse, e si dedicavano alla filantropia: dei Soros ante litteram. Caratteristica che accomunava la visione di Krupp e dei baroni rapinatori era la totale assenza dello Stato come elemento regolatore del conflitto.

Il lavoro, per grazia
Il lavoro, oggi, si trova esattamente in questo punto: ma a vincere la partita con la storia, dopo la breve parentesi post bellica, è la visione mondialista dei baroni rapinatori. In particolare la vittoria risulta totale a sinistra, dove lo sfruttamento in nome dell'occupazione porta gli eredi del socialismo a ritenere indispensabili forme di sfruttamento riconducibili al tardo ottocento statunitense.
D'altronde i geeks, i mega magnati della silicon valley, odierni altro non sono che i nuovi baroni rapinatori.
Per cosa si caratterizzava quel periodo, sostanzialmente?
Assenza di normativa sul lavoro. Come oggi
Fiscalità concentrata esclusivamente sui redditi medio bassi. Come oggi.
Globalizzazione del commercio. Come oggi.
Mancanza dello Stato. Esattamente come oggi.
Sono i capisaldo, in un mondo rovesciato, di quanto sostiene la sinistra odierna: basta ascoltare gli accorati allarmi di Matteo Renzi, o del suo emulo Marattin, che spargono a piene mani il verbo: regole uguale disoccupazione. Decreto Dignità uguale disoccupazione.  Le loro regole del lavoro hanno portato al record di contratti instabili resi noti oggi dall'Istat: ne saranno fieri. Oppure avranno la bontà di tacere.
E' esattamente quanto volevano i baroni rapinatori, che non avevano nemmeno la spietata volontà di controllo di Alfred Krupp, dettata da paternalismo e timore.

Che valore ha questo lavoro?
Ma, il vero dilemma, è: cosa facciamo di questo «nuovo» lavoro ottocentesco oltre a creare immensi patrimoni personali? Si pensi alla figura di Jeff Bezos, il cui valore personale oggi supera i mille miliardi, mentre i suoi dipendenti arrancano nei magazzini. Un mondo in cui tutti sono ininfluenti, superflui, immediatamente sostituibili: se non ti piace quella è la porta, dietro di te le folle. Qual è il vantaggio di avere una miriade di lavoretti che deprimono le aspettative di un paese, di una comunità vasta, rendendo reale tutto ciò che un padrone-padrone come Alfred Krupp temeva: l'acuirsi delle tensioni sociali? L'erompere di forme di razzismo – ma è solo un esempio - in Italia, altro non è che l'erompere della povertà. La sinistra globale, ultra liberista, cosa difende? Chi difende? L'ascesa di quella curva, che mette in evidenza quanto il lavoro sia sempre inesorabilmente precario? La minaccia che la gig economy non lasci alcuna alternativa? Che i robot siano a un passo, e se proprio non saranno questi ad azzerare il lavoro in occidente, in ogni caso ci penseranno gli schiavi asiatici? Corriamo verso il burrone, parzialmente rallentati dal lavoro dei nostri nonni. La pace sociale odierna è fondata sulla rendita, accumulata dalle generazione precedenti che hanno avuto la fortuna di non vivere in un contesto culturale tardo ottocentesco. Hanno avuto la fortuna di vivere in un mondo dove lo Stato dettava la legge in base a fondamentali principi umani.