26 gennaio 2022
Aggiornato 09:00
Cronaca

Ancora speranza di giustizia per i genitori delle giovani morte sul bus Erasmus in Spagna

Grazie al ricorso presentato dai genitori delle vittime la seconda archiviazione è stata annullata e l'inchiesta verrà riaperta. Accusato l'autista del mezzo, "non avrebbe dovuto continuare a guidare" afferma Paolo Bonello, papà di Francesca

GENOVA - «Il nostro obiettivo è arrivare ad un processo e accertare le colpe dell'autista del bus e della ditta di autonoleggio che non l'ha fermato nonostante non avesse rispettato le soste di riposo previste dai regolamenti ed era in condizioni inadeguate per trasportare un bus».

PAPA' DI FRANCESCA - Parla Paolo Bonello, il padre di Francesca, genovese, una delle sette vittime italiane morte il 20 marzo 2016 a bordo di un pullman in Spagna, in cui morirono 13 studentesse in Erasmus.

ARCHIVIAZIONE - Il tribunale di Amposta aveva archiviato le accuse contro l'autista del bus, lo scorso settembre 2017, valutando la non sussistenza delle accuse a livello penale per mancanza di dati e indizi e rimandando una decisione in merito alla sede civile

INCHIESTA APERTA - Ieri la notizia che grazie al ricorso presentato dal comitato dei parenti delle vittime la corte di appello di Tarragona ha negato per la seconda volta l'archiviazione dell'inchiesta decisa nel settembre 2017 dai giudici spagnoli. L'inchiesta verrà riaperta, solo dopo l'acquisizione di adeguati documenti e informazioni da parte dei giudici ispanici.

FARE GIUSTIZIA - «Il primo obiettivo - prosegue Paolo Bonello - è non far chiudere l' indagine, il secondo, è ottenere giustizia e dimostrare che il conducente ha guidato il bus in condizioni psicofisiche inadeguate come ha subito ammesso lui stesso dopo l'incidente dicendo che si era addormentato, anche se poi ha ritrattato.

PAPA' DI ELENA - Il primo a parlare del processo, della (seconda) mancata archiviazione e del ricorso è stato il padre di un'altra vittima, si tratta di Gabriele Maestrini papà di Elena. Il suo sfogo su Facebook si è espanso velocemente sul social network e al di fuori di esso, Maestrini non ha fatto altro che sottolineare gli 815 giorni di dolore e domande che ancora non hanno ottenuto risposte e giustizia.