10 dicembre 2018
Aggiornato 21:00

La base del M5s contro la «trattativa segreta» con la Lega: «Perché non mandare le riunioni in streaming?»

Gli attivisti dei MeetUp contestano la decisione di creare partecipazione solo con il voto online. E contestano l'accordo «coi i leghisti»
Luigi Di Maio lascia i gruppi della Camera al termine dell'incontro con il segretario della Lega Matteo Salvini
Luigi Di Maio lascia i gruppi della Camera al termine dell'incontro con il segretario della Lega Matteo Salvini (ANSA/ANGELO CARCONI)

ROMA - La base del Movimento 5 stelle è in subbuglio. Il contratto per il governo del cambiamento con la Lega Nord non convince tutti. Anzi. Così se girando sui social il commento che va con la maggiore tra i fedelissimi di Luigi Di Maio è «meglio con la Lega di Salvini che con il Partito democratico di Matteo Renzi e Maria Elena Boschi», nelle tante riunioni dei MeetUp - o di ciò che ne resta - il confronto è decisamente più acceso. A non convincere chi comunque non se la sente di rompere con il Movimento è la scelta di non aver reso partecipata la decisione di sedersi al tavolo delle trattative con Matteo Salvini. «Quando si è trattato di discutere con il Partito democratico allora di Pierluigi Bersani se sostenere il governo di centrosinistra dopo le elezioni del 2013, hanno mandato le riunioni tra il leader del Pd e il Movimento 5 stelle. Perché non sono state mandate in streaming anche le trattative con Matteo Salvini?». Allora le trattative saltarono, anzi, di fatto non iniziarono mai, dietro la scusa del «mandato dai nostri elettori» di contrastare i partiti. «Tutti». Oggi la musica è diversa. «Ma chi lo ha deciso?» si chiedono molti sostenitori del Movimento. 

L'epoca delle trattative con il Pd di Bersani
Il colloquio tra il leader del Partito demoratico incaricato dall'allora presidente della Repubblica, vicino alla scadenza del suo primo mandato, Giorgio Napolitano e i capogruppo a Camera e Senato del Movimento, Roberta Lombardi e Vito Crimi, saltò ancor prima di iniziare. E a spiegare come andarono le cose fu, dopo diversi mesi, lo stesso Bersani: «Avevo un piccolo sogno. Se avessero appoggiato tre mesi del mio governo gli avrei portato tre lenzuolate di riforme». Il rammarico di Bersani, oggi, suona lontano anni luce. Eppure le sue parole assomigliano, e tanto, a quelle di Matteo Salvini - «Voglio fare qualcosa di importante per l'Italia» ha detto ieri da Aosta -: «Volevo lasciare a futura memoria che non ero io che gli mettevo le dita negli occhi. Ci fossero mai stati per un po’ avrei chiesto di lavorare sui temi della vita comune dei cittadini, poi erano affari loro se andavano via». Ma quell'ipotesi non è mai partita. E l'Italia è stata consegnata all'ennesimo governo di larghe intese.

«E ora che si tratta con Salvini? Noi non contiamo più?»
Basta parlare con la base del Movimento per capire che la musica, oggi, è cambiata. E che non a tutti piace ciò che suona l'orchestra guidata da Luigi Di Maio. «Lì tutti abbiamo seguito le trattative. E tutti, compatti, eravamo d'accordo con i portavoce del Movimento. Con il Pd non si poteva trattare. E non si può e non si deve trattare neanche oggi» confida un esponente del Movimento che si dice «vicino a Toninelli». L'unica forma di partecipazione prevista nella trattativa con Matteo Salvini «è la votazione del programma sulla piattaforma Rousseau, «un nome che rimanda all'egualitarismo, ma oggi nel Movimento uno non vale più uno». E la prova è data da Luigi Di Maio: «Chi ha deciso che ci saremmo dotati di un capo politico? Il Movimento è nato in maniera orizzontale. Chi ha deciso che a un certo punto avremmo avuto un capo?». Il momento in cui tutto è cambiato «è quando è morto Gianroberto Casaleggio. Lui si che era un egualitarista. Con lui questo accordo non si sarebbe mai fatto. Mai avrebbe permesso che il Movimento si sedesse a tavola con la Lega Nord».

La distinzione tra Lega Nord e Matteo Salvini
Tra gli attivisti del Movimento, però, c'è chi evita di polemizzare su Matteo Salvini. Anzi. Per molti «lui è più grillino di Di Maio», visto come «un politico vecchio stampo». Senza dubbio «avremmo preferito Alessandro Di Battista alla guida del Movimento», ritenuto «una voce fuori dal coro». Nessun veto, o pochi veti, però, sulla figura di Matteo Salvini. «Lui non è la vecchia Lega Nord. Lui ha tolto la dicitura "Nord" vicino al nome della Lega. Con Bossi e compagnia non c'entra niente». Chi però continua a sostenere la difficoltà nel giustificare un accordo con un partito «della vecchia Repubblica» è sì soddisfatto del fatto che Salvini «si sia scrollato il peso di Berlusconi» ma, al tempo stesso, avrebbe voluto di più: «Dovrebbe sciogliere la Lega Nord e fondare una sua forza politica. Lì in pochi, anche nel Movimento, avrebbero avuto da ridire».