17 febbraio 2020
Aggiornato 17:00
Commercio

C'è un unico modo per ribellarsi ai sacchetti di plastica a pagamento

La norma che addebita in scontrino le buste ecologiche della frutta ha fatto discutere. Ma può essere l'occasione per cambiare il nostro modo di fare la spesa

La cliente di un supermercato con il sacchetto biodegradabile per la frutta
La cliente di un supermercato con il sacchetto biodegradabile per la frutta ANSA

ROMA – Sì, sappiamo cosa state pensando. Anche nel nostro caso il primo riflesso condizionato alla lettura della notizia è stato quello di alzare gli occhi al cielo: possibile che una nazione che non ha fatto la rivoluzione per la «buona scuola», per una legge elettorale antidemocratica, perfino per il Jobs Act, oggi si ribelli in massa perché il governo ci fa pagare due centesimi a testa per un sacchetto di plastica per la frutta? Poi, però, ci siamo soffermati ad approfondire (e non avremmo potuto evitarlo, visto che la questione è assurta a vero e proprio caso politico della settimana) e la reazione del popolo italiano ci è improvvisamente iniziata a sembrare meno balzana.

Quanta confusione
Cerchiamo di ricapitolare, anche se non è per nulla semplice. Il decreto legge incriminato obbliga gli esercizi commerciali ad utilizzare sacchetti biodegradabili e compostabili, e a farli pagare agli acquirenti, a partire dal primo gennaio. Non è passata nemmeno mezza giornata, a conferma che la creatività tipicamente italica non va in vacanza neppure a Capodanno, che in risposta alla legge i social hanno trovato il proverbiale inganno: basta etichettare singolarmente ogni frutto, così si evita di utilizzare la busta di plastica. E invece no. A parte il fatto che la soluzione sarebbe stata vagamente impraticabile nel caso, facciamo per dire, delle olive o delle nocciole, ma soprattutto non serve a nulla, perché il costo di due centesimi per il sacchetto viene comunque addebitato direttamente sullo scontrino. Allora c'è chi ha pensato bene di portarsi i sacchetti da casa, ma nemmeno questo è concesso. «Io avrei voluto, ma il ministero della Salute ha opposto ragioni igieniche», ha spiegato il ministro dell'Ambiente Galletti. Ottenendo il risultato paradossale che una norma pensata per essere ecologica, in realtà finisce per costringere i cittadini a comprare e a buttare via ogni volta una bustina nuova, invece di poterle riutilizzare. Almeno, penserete voi, le nuove borse non inquinano i mari: ma questo è vero soltanto in parte, perché in effetti i cosiddetti shopper sono sì biodegradabili, ma solo al 40%. Dulcis in fundo, tanto per aggiungere un ulteriore elemento di chiarezza, la norma è contenuta all'interno di una legge intitolata «Disposizioni urgenti per la crescita economica del mezzogiorno» (chissà cosa c'entra?). Mentre la vera crescita economica che produrrà, semmai, è quella dell'azienda Novamont, leader italiano nel settore delle bioplastiche, la cui amministratrice delegata è la signora Catia Bastioli, già oratrice della seconda edizione della Leopolda di Matteo Renzi e dall'ex premier nominata alla presidenza di Terna nel 2014. Un bel pasticciaccio brutto, in perfetto stile Pd.

Rivolta dal basso
Insomma, sul fronte della comunicazione e dell'immagine, più ancora che della sostanza, Palazzo Chigi non avrebbe potuto gestire peggio la situazione, e del resto a scivoloni del genere siamo ormai tristemente abituati. Eppure, scavando ancor più in profondità, emerge un altro livello di responsabilità, oltre a quello politico. Già, perché prima che il maldestro intervento governativo facesse esplodere il caso, pensate forse che i sacchetti di plastica ci venissero generosamente donati in gentile omaggio dai supermercati dove facciamo la spesa? Chi li pagava fino al 31 dicembre scorso, attraverso l'aumento occulto dei prezzi, pur senza che la cifra fosse esplicitata in modo trasparente sullo scontrino? Gli stessi che pagano le etichette, i guanti usa e getta, i volantini pubblicitari, finanche le decorazioni di Natale di ogni centro commerciale: ovvero noi consumatori. E allora, se davvero vogliamo ribellarci a questo sistema, che sfrutta chi compra allo stesso modo dei commessi che vendono, costretti ad orari e a turni improponibili sotto la costante minaccia del licenziamento, a beneficio solo di qualche grande gruppo imprenditoriale con la sede fuori dall'Italia (magari in qualche paradiso fiscale), facciamolo davvero. E facciamolo con l'unico strumento che abbiamo realmente a disposizione: modificando le nostre abitudini. Perché, da oggi, la nostra frutta e la nostra verdura non andiamo ad acquistarle nei famosi negozi di vicinato, o nei mercati rionali, magari dai coltivatori diretti, invece che nei grossi supermercati? Dove non vengono imbustate nei sacchetti di plastica, ma da sempre in quelli vecchi di carta marrone: il massimo della biodegradabilità. Dove non arrivano sulle nostre tavole da chissà quale importatore estero, ma dal contadino del territorio, a chilometri zero: il massimo dell'ecologia (e della qualità del prodotto). Dove a venderceli è un commesso che spesso fa parte della famiglia stessa degli esercenti, non una multinazionale, amica o meno del Pd che sia: il massimo della crescita economica italiana. La politica è fatta di scelte, e spesso possiamo incidere di più con quelle che compiamo quotidianamente piuttosto che con quelle a cui siamo chiamati solo una volta ogni cinque anni. Scoprirete così che il popolo ha più sovranità quando prende in mano una busta della spesa, piuttosto che una scheda elettorale.