6 dicembre 2019
Aggiornato 00:00

Previsione semiseria dei tre scenari post voto 2018. Con gli editoriali che i giornalisti scriveranno

Tutti gli editoriali che scriveranno Paolo Mieli, Enrico Mentana e Galli della Loggia. Ospiti speciali: Massimo Gramellini, lo spread e Mario Draghi

Il leader M5s Luigi Di Maio con Alessandro Di Battista
Il leader M5s Luigi Di Maio con Alessandro Di Battista ANSA

ROMA - Marzo 2018: il M5s di Luigi Di Maio vince le elezioni politiche italiane. Al secondo posto il Partito Democratico, che al suo interno ha schierato anche Pisapia in nome della sinistra moderna, terza la Lega di Matteo Salvini, quarto posto per Silvio Berlusconi, quinto per Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Ultima classificata, ma contenta perché ha fatto perdere Renzi ed ha portato qualche rappresentante in Parlamento la sinistra di D’Alema, Fratoianni e Bersani. Astensione dilagante, sfiora il 40%: grandi contrizioni e preoccupazioni vengono espresse da Galli della Loggia, Mentana e Paolo Mieli. Produzione abnorme di editoriali dal titolo «Ma a vincere è l’astensione»: con il ma avversativo. Innovativo dibattito sulla "crisi dei partiti".

M5s e i partiti
Una settimana dopo il voto, forse anche meno, successivamente alle manifestazioni di giubilo del popolo penta stellato nelle piazze al grido di «onestà onestà», il Capo dello Stato convoca il premier in pectore Luigi Di Maio, e gli dà l’incarico per formare un governo. Al Colle non sale Beppe Grillo che dichiara: «Ormai sono fuori, torno agli spettacoli teatrali. I giornalisti sono dei servi». I mercati finanziari sono stabili, lievemente in rialzo i tassi di interesse sui titoli di stato italiani, ma lo spread non ha superato quota duecento. I giornali sono divisi: Repubblica sulle barricate, Corriere della Sera e La Stampa moderatamente contrari ai cinque stelle ma tentano di riposizionarsi: vedi mai. Gli altri in ordine sparso. Matteo Renzi fa velenosi complimenti ai vincitori del M5s e gli augura «buon lavoro, per il bene dell'Italia, tutti uniti!». Berlusconi idem, dalla Sardegna. La sinistra dice che è disponibile a collaborare per «senso di responsabilità». 

Di Maio intrappolato nella dinamica "loose-loose"
Di Maio esce dall’incontro e si scatena l’inferno mediatico: il M5s si trova nel noto equilibrio matematico «perdere-perdere», ovvero qualsiasi cosa decida di fare è un errore. Se sceglie di non allearsi con nessuno non può formare un governo. Se sceglie di allearsi con qualcuno, vedi Lega, viene tradito l’ennesimo dogma originario. La base si ribella, ma nessuno esce dal M5s: col partito non si rompe. Lo spread inizia a salire, supera quota 250, i giornali si schierano compatti contro il M5s. Editoriali di Galli della Loggia, Mieli, Mentana che invocano senso di responsabilità: «Grillo dimostri che è pronto a governare per il bene del paese». Prima manifestazioni della base penta stellata: gli attivisti chiedono di non tradire i valori originari. Beppe Grillo si limita a dire che i giornali fanno schifo e sono morti. A questo punto la trappola per far fuori il M5s è completa, costruita saggiamente nel tempo, anche grazie al principio originario «mai con i partiti». Regola che ha avuto un successo tumultuoso, ma che alla fine esplode come un bomba nel momento di massimo potere politico. Si pongono quindi molteplici scenari.

Governo di minoranza 5s con appoggi esterni variabili
Luigi Di Maio, pur non cadere nella trappola, propone una soluzione variabile con accordi «non tra i partiti, ma solo sui singoli provvedimenti». Il materialismo storico è finalmente al potere. La Lega accetta e chiede immediatamente blocco degli sbarchi, espulsioni di massa. Renzi anche fa capire che potrebbe sostenere il governo a 5s, per senso di responsabilità: ma chiede lo Jus Soli. Berlusconi è sempre in Sardegna, in vacanza con la Pascale e Dudu. Editoriali accorati di Mieli, Galli della Loggia e Mentana, spingono per l’ammucchiata M5s- Pd. Gramellini nel suo buongiorno fa le gag del tipo «Di Maio in peggio», oppure «Mucchio Selvaggio», oppure tira in ballo Togliatti, de Gasperi, Cavour e altri. Facile capire che tutti lavorano non per fare qualche atto di governo utile, bensì per spedire definitivamente «nella pattumiera della storia» il M5s, liberandosi di un’anomalia. Forti tensioni tra i pentastellati: qualcuno lascia, lacrime, onestà onestà, gruppo misto.

Di Maio cede alla piazza 5s che non vuole i partiti, e lascia l’incarico al secondo classificato
Eccoli, i vincitori. Matteo Renzi va da Mastella, che gli dà l’incarico. Scende, a con lui tracolla anche lo spread che aveva raggiunto quota duecento. Editoriali di Mentana, Galli della Loggia e Paolo Mieli sui «populismi che ormai arretrano in tutta Europa». Beppe Grillo dice che i giornalisti fanno vomitare. Renzi inizia le audizioni, come un monarca. I cinque stelle non si presentano manco, e nelle piazze urlano che la democrazia non c’è più. Sono pochi, ma inferociti. Silvio Berlusconi prende lo yacht, torna dalla Sardegna e incontra Matteo. I due fingono di litigare, fingono di rompere, volano parole grosse. Interviene la Merkel e parla di «necessaria stabilità politica». Idem Draghi. Si forma il governo delle Larghe Intese per il Bene del Paese. I protagonisti, in primis Renzi e Berlusconi, giurano che è solo temporaneo, e solo per il bene del paese. Editoriali accorati di Mentana, Galli della Loggia, Paolo Mieli, Calabresi di questo tenore: «un patto per far crescere l’Italia». Massimo Gramellini sempre in gran forma si indigna e bastona Renzi e Berlusconi, parla dei precari di cui nessuno si occupa, ed è una vergogna signora mia.