25 settembre 2021
Aggiornato 02:30
Uranio impoverito

Addio Antonio Attianese, il militare ucciso dall'uranio impoverito che lo Stato ha lasciato solo

Antonio Attianese: un nome purtroppo poco noto alle cronache, simbolo dell'ingiustizia più grande. Perché lui, che ha servito per anni l'Italia in Afghanistan, è morto, abbandonato dalle istituzioni, per gli effetti dell'uranio impoverito

ROMA - Antonio Attianese: un nome che probabilmente non vi dice nulla, perché pochissimi ne stanno parlando. Noi del Diario, però, vogliamo far luce sulla sua storia, la storia di un servitore dello Stato, abbandonato dalle istituzioni. Attianese era un militare in servizio per anni in Afghanistan, poi ammalatosi di tumore. Si è spento pochi giorni fa nella sua casa di Sant'Egidio del Monte Albino, in provincia di Salerno, dopo una lunga battaglia. Una battaglia combattuta con al finaco molti amici, ma nessuna di quelle istituzioni che lui, con il suo coraggio, ha servito per una vita intera. Una storia che vale la pena raccontare, perché accende i riflettori su quegli uomini coraggiosi che tengono alto l'onore dell'Italia lontani da casa, in Paesi inospitali, e combattono ogni giorno guerre non proprie. Spesso, pagandone sulla propria pelle il prezzo più alto: la loro stessa vita.  con la propria vita il prezzo di quell'impegno. 

Morto per gli effetti da uranio impoverito
Attianese non l'ha ucciso un bombardento. E' stato ucciso in un altro modo, molto più subdolo: è morto per gli effetti dell'uranio impoverito. Il suo utilizzo sui campi di battaglia è spesso assai poco approfondito dalle cronache, che preferiscono dare rilievo ai casi in cui armi chimiche vengano usate dai nostri «nemici», come Bashar al Assad. Eppure, le morti continuano, e gli indizi che indicano una correlazione evidente tra l'uso di questo materiale e l'insorgenza di tumori devastanti sono sempre più numerosi. Al punto che la stessa Corte d'Appello di Roma, nel maggio 2015, ha stabilito l'«ine­quivo­ca­bile cer­tezza» del nesso causale tra espo­si­zione a ura­nio impo­ve­rito e insor­genza di malat­tie tumo­rali. La sen­tenza ha riconosciuto ai fami­liari di un mili­tare dece­duto per can­cro, con­tratto in seguito al ser­vi­zio rico­perto nella mis­sione inter­na­zio­nale in Kosovo tra il 2002 e il 2003, il risar­ci­mento di un milione di euro, ai quali si sono aggiunti danni morali e danni per il ritar­dato pagamento.

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Sempre più sentenze, ma lo Stato tace
Ma non è l'unico caso: ad oggi, infatti, sono oltre 30 le sen­tenze a carico del mini­stero della Difesa italiano, di cui la maggior parte ormai defi­ni­tive, che danno ragione a mili­tari ita­liani amma­la­tisi o familiari di mili­tari dece­duti. Come si intuisce, l'uso di tali armi in contesti bellici è purtroppo diffuso. E le conseguenze possono essere drammatiche. Sempre più evidenze testimoniano come gli stessi Stati Uniti, pur essendosi impegnati a non farlo, continuino a utilizzare bombe all'uranio impoverito in contesti bellici quali Afghanistan, Siria e Iraq. Proprio il governo iracheno, nel 2014, espresse per la prima volta in un rapporto delle Nazioni Unite sull'uranio impoverito «profonda preoccupazione» per gli effetti nocivi di tale materiale. Per questo, Baghdad chiese all'Onu di condurre delle verifiche sulle conseguenze dell'uso di quella sostanza, per l'uomo e per l'ambiente. Quegli studi, naturalmente, non sono ad oggi stati completati, e nella comunità scientifica si usa ancora molta prudenza.

Vuoto a livello legislativo
A livello legislativo, sul tema esiste solo una grande zona grigia. Le bombe all'uranio impoverito non sono infatti esplicitamente vietate da risoluzioni Onu come le armi chimiche, ma le polemiche, le cause e le sentenze evidenziano quanto l'argomento sia controverso. Esistono restrizioni negli Usa per quel tipo di armi se detenute in casa, mentre non si usa la stessa cautela quando si parla di aree abitate da civili in zone di guerra. Le norme del Pentagono, in generale, prescrivono la possibilità di usare uranio impoverito per la sua capacità di penetrare veicoli corazzati da combattimento. Ma l'argomento rimane fortemente controverso, soprattutto perché aumentano le evidenze degli effetti collaterali dell'uso di quel materiale. Effetti che, come ben si vede nel caso di Attianese, riguardano anche gli stessi soldati occidentali.

Le missioni di Attianese, e poi il calvario
Attianese si era battuto a lungo per ottenere un adeguato indennizzo per le vittime dell'uranio impoverito. Arruolatosi negli Alpini paracadutisti, aveva partecipato a due missioni in Afghanistan: a Kabul per Isaf dal maggio al settembre 2002, e a Khost per Enduring Freedom dal febbraio al maggio 2003. Al rientro, si accorse della presenza di sangue nell'urina, e la diagnosi fu impietosa: carcinoma alla vescica. Iniziò quindi un percorso che il soldato ha definito «un calvario psicofisico e burocratico»: ben 35 interventi chirurgici, con l'asportazione della vescica e un trattamento di chemioterapia sperimentale. E, in parallelo, la battaglia per ottenere giustizia. «Non ho mai saputo - aveva detto alla Commissione parlamentare l'ex caporal maggiore - della pericolosità dell'uranio impoverito, mai saputo che in quelle zone c'era da difendersi anche da questo nemico invisibile. Quando chiedevamo informazioni ai nostri superiori sui rischi, ci dicevano che erano sciocchezze inventate per andare contro il Governo ed i militari».

La battaglia continuerà senza di lui
Senza alcuna telefonata né assistenza dalla caserma, nel 2005 Attianese ha provato a chiedere perlomeno il rimborso delle spese sostenute. A diniego, si è rivolto a un avvocato. A quel punto, però, racconta di aver subito minacce e intimidazioni, parole che «mi hanno provocato un malessere forse anche peggiore della malattia: mi hanno fatto sentire in colpa per essermi ammalato». Le battaglie legali, con le associazioni Assoranger e Assomilitari da lui presiedute e fondate da commilitoni che avevano abbracciato la sua causa, si sono però rivelate inutili: dalle istituzioni nessuna risposta. Dodici anni di omissioni e silenzi, nonostante Antonio sia un servitore dello Stato. Che lascia moglie e due figli di 5 e 6 anni. Ma le associazioni promettono che la battaglia non si chiuderà con la morte del commilitone. Perché è una battaglia, innanzitutto, di civiltà e umanità.