22 febbraio 2020
Aggiornato 17:00
Documento shock della Corte dei Conti

Accoglienza migranti, quel buco nero di soldi pubblici senza controllo

Con lo spegnersi dei riflettori su Mafia Capitale, il sistema di accoglienza italiano non è affatto migliorato. Come attesta un documento shock della Corte dei Conti passato sotto silenzio

ROMA - Che nel sistema di accoglienza per i migranti qualche meccanismo si sia inceppato da tempo, è noto almeno dallo scoppio della «bomba» Mafia Capitale. Purtroppo, la situazione non si è affatto risolta in corrispondenza dello spegnersi dei riflettori. Tutt'altro. Perché quel sistema è rimasto un buco nero di criticità e anomalie, in cui spesso, alla fine, a prevalere sono associazioni, cooperative ed enti che vogliono solo speculare sulla pelle degli immigrati. Ai danni di tutti i cittadini.

Il documento «taciuto» della Corte dei Conti
L'ultima vivida fotografia di questa situazione giunge da un documento della Corte dei Conti, che, pur non avendo fatto notizia, ha messo in luce le sperequazioni alla base del complesso mondo dell'accoglienza.  La relazione, lunga 189 pagine, analizza i progetti del biennio 2014-2015 di 73 enti locali che hanno offerto ciascuno 25 posti di accoglienza, e di altri 147 che ne hanno offerti 15. Evidenziando differenze che saltano subito all'occhio. Come nel caso del comune di Grottammare, che nel 2015, per accogliere 15 rifugiati, ha preso la «modica» somma di 279mila euro di soldi pubblici, mentre Ercolano, per l'identico progetto, ne ha presi solo 146.170. 

Comuni diversi, stessi progetti, somme di denaro diverse
Ma quello appena citato è solo uno dei tanti casi. Un altro esempio è quello del comune di Cassino, che, per l'inserimento socio-economico di 25 richiedenti asilo, ha ottenuto ben 400mila euro, contro i 275mila per Potenza Provincia. Paradossale, anche, la differenza - del 51% - tra i finanziamenti richiesti dal comune di Licata, 304.037 euro, e quello di Chiaramonte Gulfi (Ragusa), 460.337 euro. In particolare, dai relativi riscontri si è osservato che gli impegni finanziari assunti non sono stati coerenti in molte realtà locali a parità di numero di posti «ordinari» offerti, mentre vi è stata uniformità di costi (euro 35 pro capite fisso) per i così detti posti «aggiuntivi», nota la Corte dei Conti.

Dal Viminale un fiume di denaro senza controllo
Le anomalie non riguardano solo il diverso trattamento richiesto da comuni che seguono i medesimi progetti. Il problema si riscontra anche «ai piani alti». Il ministero dell'Interno, negli ultimi anni, ha speso un fiume di denaro per l'accoglienza, ma pressoché privo di controllo, visto che non esiste ancora una banca dati che possa attestare con certezza le spese sostenute, e che Roma è ancora incapace di tracciare gli spostamenti dei migranti. Le cifre sono da capogiro: nel 2015, il Viminale ha speso 208,072 milioni di euro per quasi 30mila persone contro i 196 milioni del 2014. 

Autovigilanza
In generale, uno dei meccanismi che risulta essersi «inceppato» è quello dei controlli. Perché si assiste al paradosso per cui, a dover vigilare sulla correttezza e sulla trasparenza del processo, sarebbero gli stessi enti che gestiscono il sistema: in particolare, l'Anci affida le verifiche alla fondazione Cittalia, per quasi 11 milioni di euro per il triennio 2014-2016. Quel che è peggio, molto spesso per i progetti delle associazioni locali non è stato indetto alcun bando pubblico. 

Procedure cruciali senza vigilanza
In che modo vengono condotte le verifiche, dunque? Innanzitutto, attraverso semplici questionari «appositamente predisposti sulla base di metodologie standardizzate». Ma soprattutto, le procedure con cui l'ente locale affida a terzi eventuali servizi non è oggetto del controllo del Servizio centrale, perché non di sua competenza. Non è una criticità di poco conto, si badi bene: perché quelle procedure riguardano ad esempio anche l'effettiva acquisizione della certificazione antimafia e la tracciabilità dei flussi finanziari finalizzata a prevenire le infiltrazioni criminali.

La Corte dei Conti bacchetta il Viminale
La Corte dei Conti «bacchetta» direttamente il Viminale, a cui fa a capo il Servizio Centrale di protezione. In parole povere, la mancata sorveglianza sarebbe imputabile direttamente al ministero dell'Interno, che in questo modo aumenta il rischio di devianze e abusi. Il documento prescrive dunque la necessità che il Ministero, giovandosi dell’esperienza maturata, inserisca nei futuri bandi di concorso specifici parametri quali-quantitativi che fissino il limite massimo di spesa, a parità di posti assegnati. Ciò consentirebbe di modulare possibili incongruenze che originano la differenza economica fra gli Sprar presenti sul territorio nazionale che offrono gli stessi servizi e le medesime prestazioni.

Un buco nero di anomalie
Proprio sullo Sprar, il Sistema di protezione e accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati diffuso sul territorio, si apre uno squarcio di ottimismo: esso, infatti, viene considerato il «modello di riferimento dell'accoglienza nazionale». Ma le criticità sono tante, troppe. Pochi controlli, procedure poco trasparenti, vuoti di regolamentazione in cui facilmente si inserisce chi vuole lucrare sull'immigrazione. Come Mafia Capitale insegna.