4 giugno 2020
Aggiornato 16:00
A Palermo la fine del M5s come Movimento

Perché Grillo «Caesar» ha azzerato il Direttorio che ha portato il M5s al 32%

Non vi è alcun dubbio che Beppe Grillo incarni la figura del Principe machiavelliano, che ora si riprende la sua creatura. Ma con metodi che tradiscono lo spirito stesso del Movimento

ROMA - Non vi è alcun dubbio che Beppe Grillo incarni la figura del «Principe» machiavelliano. Un soggetto totale, quello di Machiavelli, che incarna il bene del popolo, che vive nella contraddizione – si potrebbe dire nella contraddizione gesuitica – per un fine superiore. Il «Principe» ha deciso di riprendersi la sua creatura. Il demiurgo torna a dare un ordine morale e logistico alla sua creatura, che lui vede in difficoltà. Anche se in difficoltà, almeno nel gradimento popolare, non è. Dopo le vicissitudini romane, dovute sia ad errori che alla guerra mossa contro la Raggi per una decisione storica – rifiutare le Olimpiadi – il M5s nei sondaggi è sceso appena di qualche decimale. Il M5s quindi è forte come non mai: ma serve una purga.

Un passo indietro del M5s
Quanto accaduto a Palermo incarna un passo indietro del M5s. Il «Principe» Grillo ha recuperato un ruolo, con metodi brutali, del pater familias di un’organizzazione che lui reputa allo sbando. Ha deciso che i suoi discepoli non sono in gradi di andare avanti da soli. Nonostante che tra la nascita del Direttorio e la sua fine il M5s sia cresciuto dal 19, 5% al 32%. Un gesto che entusiasma gli animi più accesi del M5s, coloro che vedono in Grillo un infallibile. Ma pur sempre un passo indietro, quantomeno temporale, al 2013, quando egli condusse in prima persona la campagna elettorale per le europee che videro trionfare Renzi. Il quale vinse perché il messaggio politico del Movimento fu recepito come aggressivo e violento.

Il concetto di responsabilità condivisa, qui, non ha funzionato
L’analisi successiva, corretta, portò alla creazione del concetto di responsabilità condivisa. È un stadio evoluto e più complesso nella gestione delle organizzazioni. È qualcosa che ha a che fare con il consenso, e prevede immensa fatica, tolleranza, e grandi errori. Però, di solito – ed è accaduto anche nel M5s – allarga il parterre della partecipazione. Un mondo pieno di errori e di stimoli. Il «Principe» quindi, quando nasce il Direttorio, non era più solo Grillo, ma era il M5s, inteso come organizzazione di uomini e donne che sulle loro scelte compiono il loro destino. Questo passaggio, nella festa palermitana del M5s, è stato cancellato.

Quale errore ha fatto il Direttorio?
Quali sono le ragioni che portano a tutto ciò? Il primo elemento è che il Direttorio pentastellato non ha mai nemmeno pensato di «ammazzare il padre». Verso Beppe Grillo esiste una sincera riconoscenza, nonché un solido timore reverenziale. Quali sono le colpe di Di Maio, Di Battista, Fico, Ruocco e Sibilla? Umiliati di fronte al loro popolo, e costretti ad applaudire? È complicato individuare le motivazioni che portano all’azzeramento del cosiddetto Direttorio. E il contesto in essere ricorda sempre più lo scontro dei rivoluzionari francesi nel periodo del terrore, quando Robespierre, dopo aver fatto ghigliottinare Danton, portò il concetto di «virtù» a livelli così inarrivabili da rendere se stesso oggetto della ferocia della folla, che poi lo giustizierà. Direttorio, quello odierno, il cui peccato era l’essere troppo umano? Quali sono quelle organizzazioni sociali dove non esiste una competizione tra i membri? Quale è quella organizzazione dove non esistono invidie? Quali sono quei gruppi dove non si incorre nell’errore?

Il Direttorio cassato per via dei troppi personalismi
Il Direttorio viene cassato perché vi sarebbero personalismi che distruggono il Movimento, ma da un punto di vista numerico ha fatto crescere il Movimento. E i personalismi, dovrebbe essere noto, sono inalienabili dall’animo umano. Oppure possono essere concentrati tutti in un’unica personalità, che assorbe come un buco nero tutto ciò che si muove attorno ad esso. Di fatto però assorbe anche la democrazia. Il cesarismo, insegnava un grande pensatore, come primato del «Principe» non è in sé distruttivo. Può anche avere forme progressive. Il cesarismo di Grillo, ritrovato, avrà questa caratteristica?

Grillo vuole vincere le elezioni?
Le dure parole di Grillo suonano come una rivolta interna: verso i discepoli che non lo seguono. La rivolta segue un capo, le rivoluzioni invece seguono un’ideologia. La prima non muta l’ordine delle cose, ma sostituisce la classe dirigente che agisce sul proscenio della società. La seconda ricostruisce dalle fondamenta il mondo. Oppure, semplicemente, come già accaduto in passato, Grillo non vuole vincere alle prossime elezioni politiche. E si ritaglia un ruolo di cane da guardia del sistema, dove si possono avere più possibilità di tenerlo a bada.

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