17 luglio 2019
Aggiornato 02:00
Bertolaso la goccia che ha fatto traboccare il vaso

Salvini-Meloni, cosa c'è dietro al braccio di ferro su Bertolaso

La candidatura di Guido Bertolaso a Roma è solo il casus belli. Ma dietro al braccio di ferro tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni, che senza Bertolaso è pronta a far saltare l'alleanza, potrebbe nascondersi di più: differenze di vedute che denunciano la mancanza di un progetto comune per il centrodestra

ROMA - Le tensioni sono ormai all'ordine del giorno, in quello che, fino a qualche settimana fa, sembrava destinato a diventare un centrodestra nuovo, coeso e alternativo al Pd renziano. Eppure, proprio sulla Capitale si sta consumando un vero e proprio braccio di ferro tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni, che sembrano non riuscire a trovare la quadra. Il casus belli ha un nome e un cognome: ed è Guido Bertolaso, il candidato a Roma fortissimamente voluto da Silvio Berlusconi, di buon grado accettato da Fratelli d'Italia, mai apprezzato dalla Lega Nord. Ma la situazione è più complessa di così. Perché dietro a Bertolaso c'è altro, c'è un progetto e un'idea che non vale solo per la Capitale, ma per tutto il Paese. E quando su questo progetto i tre leader del centrodestra non concordano, iniziano i guai.

Bertolaso, il casus belli
Lo ha indirettamente osservato anche Matteo Salvini, intervistato dal Corriere della Sera«Se devo prendermi del rompiscatole, benissimo: prendo e porto a casa. Ma io lavoro per ricostruire il centrodestra. E la condizione indispensabile per farlo è la chiarezza: il progetto di Bertolaso non è né chiaro né condiviso». I motivi di frizione con l'ex capo della Protezione Civile non mancano: «Bertolaso si è lanciato in elogi su Rutelli, su Giachetti, ha detto che se non fosse candidato lui voterebbe il piddì, e i rom poverini... Un’uscita infelice ci può stare, se le uscite infelici diventano una serie, qualche dubbio viene. Anche perché, di certo, Bertolaso non è uno sprovveduto». Peccato che Matteo Salvini debba fare i conti con l'agguerritissima compagna di molte battaglie: Giorgia Meloni. Che, dal canto suo, ha fatto sapere che senza Bertolaso salterebbe pure l'alleanza. Insomma, dopo il veto su Marchini, la leader di Fratelli d'Italia sembra pronta a lanciare un veto all'incontrario su Bertolaso. Ma Salvini non pare più disposto a cedere. «Ciascuno fa benissimo a dire ciò che pensa», ha osservato al Corriere. «E dato che ne parliamo, io credo che il centrodestra come lo conosciamo sia destinato a cambiare molto presto. Cambieranno tante cose nei prossimi mesi. Metà degli italiani oggi sta a casa, alla finestra, schifata o delusa. Si aspetta un cambiamento vero nei nomi, nei progetti e nel modo di fare. Io, non starò di certo fermo a guardare»

La vera patata bollente
La patata bollente, insomma, non sembra essere Bertolaso in sè. La patata bollente riguarda il futuro del centrodestra. E in effetti, quando lo scorso 8 novembre, dal palco della manifestazione di Bologna, venne lanciata la «santa alleanza» tra Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia, non era mancato chi si chiedeva come le differenti istanze rappresentate da quei tre partiti potessero coerentemente fondersi per dare vita a un progetto comune. Oggi, l'abbraccio di Bologna tra Salvini e Meloni, in particolare, sembra lontanissimo. Fratelli d'Italia, che pure oppone alla Lega un misero 4% contro un 15%, sembra determinata a sbarrare la strada a «Noi con Salvini» da Roma in giù, dove il Carroccio risulta più traballante. I due partiti sembrano impegnati più a contendersi un elettorato che entrambi aspirano a rappresentare, piuttosto che a concertare una strategia comune. E il risultato più visibile è il braccio di ferro sulle amministrative.

Progetto comune a rischio?
Braccio di ferro che non è affatto limitato a Roma. Tutt'altro: a Napoli, Giorgia vorrebbe piazzare Marcello Tagliatatela al posto del forzista Gianni Lettieri; a Isernia, comune molisano dove «Noi con Salvini» si sta da tempo impegnando per avere un proprio candidato sindaco, potrebbe infine prevalere il candidato forzista. A Roma, la battaglia è palese: e il rischio è che, alla fine, tra i due litiganti goda il terzo, e cioé Francesco Storace. Ma c'è anche un rischio ben più grande: quello che il progetto per il centrodestra frani definitivamente. Matteo Salvini ne è consapevole: «Il centrodestra deve cantare insieme la stessa musica. Di certo la sfida a Renzi non sarà portata dal vecchio centrodestra come somma di partiti», ha detto al Corriere. Eppure, vista la situazione, sembra più facile a dirsi che a farsi.