25 gennaio 2020
Aggiornato 22:30
Il sostegno a Parisi e (forse) Marchini la testimoniano

La svolta «moderata» di Salvini: prove di Realpolitik

Già all'indomani della manifestazione di Bologna, gli analisti parlavano di un «cambio di strategia» per rendere la Lega un possibile partito di governo. E la linea tenuta da Salvini in vista delle amministrative, con il sostegno al moderato Parisi e le simpatie per Marchini, dimostrano che la svolta c'è stata.

ROMA - Il cambio di strategia era stato largamente previsto, già all'indomani della manifestazione di Bologna dell'8 novembre. Allora, i media, che si chiedevano quale sarebbero stati i prossimi passi di Matteo Salvini nel quadro di un redivivo centrodestra, profetizzavano un ammorbidimento dei toni e una sempre maggiore moderazione nel modo di fare del leader leghista. Qualcuno diceva addirittura che avrebbe cominciato a preferire le camicie alle felpe, consapevole della sfida che gli si prospettava davanti: rendere la Lega sempre più un partito di governo e meno di opposizione, e garantirle la leadership dell'area politica orfana del Cavaliere. Con le dovute precisazioni, questa «svolta», in effetti, c'è stata. Nei toni, la si odora da tempo: già quando presentò a Roma il nuovo movimento «Noi con Salvini», gli slogan che un tempo rivolgeva al Sud Italia parevano un ricordo lontano. Addirittura, nei mesi in cui l'emergenza migratoria animava più vigorosamente il dibattito politico, Salvini dichiarò che sarebbe stato disposto a «ospitare un profugo» in casa propria. 

Una Lega sempre meno «Nord»
Ciò non significa che il leader della Lega si sia snaturato: i toni populisti e battaglieri a cui ci aveva abituato sono rimasti. Di certo, però, Salvini deve aver compreso che il ruolo cui aspira - quello di leader del centrodestra e, chissà, competitor di Renzi - gli avrebbe richiesto di ottenere le simpatie anche delle aree più moderate. Non è un caso che, da dentro la Lega, ci sia qualcuno che lo accusa di «snaturare» il partito: specialmente quando si tratta di discutere del famoso articolo 1 dello Statuto che predica l'indipendenza della Padania. Un articolo che Salvini reputerebbe tutto sommato superato, e che toglierebbe volentieri, se non fosse per l'opposizione delle «vecchie guardie»  della Lega indipendentista di Bossi. 

Il sostegno a Parisi e (forse) Marchini
Ma un'altra prova di Realpolitik il Matteo meneghino l'ha data in occasione di queste amministrative, e in particolare nella città che più gli sta a cuore: Milano. Perché è stato proprio lui a sostenere il candidato Stefano Parisi, originariamente voluto da Berlusconi: un candidato della società civile, moderato al punto da essere quasi sovrapponibile al rivale di centrosinistra Beppe Sala. Un nome sostenuto anche mettendo da parte candidature più identitarie ma meno inclusive come quelle di Sallusti o Del Debbio. Allo stesso modo si potrebbe interpretare il (mai del tutto dichiarato) sostegno del leader della Lega ad Alfio Marchini a Roma, ben visto da Berlusconi ma decisamente mal visto da Fratelli d'Italia. Sembra infatti che a Salvini non dispiacerebbe un Marchini candidato per il centrodestra nella Capitale, ma sia più che altro costretto a fare i conti con il veto dell'alleata Giorgia Meloni. Ad ogni modo, anche in questo caso Salvini pare convinto che la partita romana vada giocata senza volti di partito, soprattutto dopo che Mafia Capitale, ancora fresca nella memoria dei cittadini, ha compromesso la politica agli occhi dei romani. E il sostegno della lista civica di Marchini sarebbe forse una delle poche strategie che consentirebbe al centrodestra di arrivare al ballottaggio. 

Il rinnovamento
Marchini o no, sembra proprio che Salvini sia impegnato in una battaglia di rinnovamento della Lega, battaglia complessa e dagli esiti quantomai incerti. Perché i mal di pancia provocati sono tanti, e le «rottamazioni», si sa, sono difficilmente digeribili. L'obiettivo, però, è lucido: per ottenere la guida del centrodestra e per battere Renzi,non si può prescindere dal sostegno dei moderati e del Sud Italia, aree tradizionalmente poco affezionate alla Lega. Così, una strategia è doverosa, e Salvini non ha paura di perseguirla. Perché sa bene che i grandi obiettivi non sono raggiungibili se non al prezzo di grossi sacrifici. E di molta tenacia.