14 novembre 2019
Aggiornato 19:00
Ad ottobre si discuterà del nodo dei divorziati risposati

Nullità nozze, il confronto sul sinodo passa dalla devolution

Papa Francesco si riallaccia al Concilio vaticano II e, in vista del sinodo di ottobre, la seconda assemblea sulla famiglia in un anno, sfila un argomento nodale dal già acceso dibattito sui divorziati risposati, prospettando, al contempo, una sorta di devolution dottrinale che rende meno dirimente la Curia romana e più decisivo il ruolo dei vescovi

CITTA DEL VATICANO (askanews) - Con una normativa che riforma profondamente la nullità del matrimonio nella Chiesa cattolica, come non accadeva dal 1741, Papa Francesco si riallaccia al Concilio vaticano II e, in vista del sinodo di ottobre, la seconda assemblea sulla famiglia in un anno, sfila un argomento nodale dal già acceso dibattito sui divorziati risposati, prospettando, al contempo, una sorta di devolution dottrinale che rende meno dirimente la Curia romana e più decisivo il ruolo dei vescovi, successori degli apostoli.

Jorge Mario Bergoglio ha voluto dedicare, già a ottobre scorso, un primo sinodo, straordinario, al tema della famiglia, senza escludere questioni, come i divorziati, l'omosessualità, le coppie di fatto o la contraccezione, che nei decenni passati, almeno dal Concilio vaticano II (1962-1965), sono state sottratte dai Pontefici al dibattito collegiale e, nell'aula sinodale, hanno creato aperte controversie tra vescovi. A ottobre prossimo si terrà una seconda assemblea, questa volta ordinaria e, dopo, il Papa in persona si esprimerà su questi temi. Sebbene siano molte le questioni sul tappeto, uno più di altri ha coagulato consensi e dissensi: la possibilità, evocata dai riformisti e osteggiata dai conservatori, di concedere la comunione ai divorziati risposati. I secondi sottolineano che, dopo un percorso penitenziale, anche nella Chiesa ortodossa è previsto l'accesso all'eucaristia, i primi sostengono che si metterebbe così in discussione l'indissolubilità del matrimonio sancita da Gesù in persona. Se questo e un altro tema (l'accoglienza verso gli omosessuali) non hanno raggiunto, al momento del voto, il quorum dei due terzi dei voti al sinodo, «un grande numero dei Padri - si leggeva nella relazione finale - ha sottolineato la necessità di rendere più accessibili ed agili, possibilmente del tutto gratuite, le procedure per il riconoscimento dei casi di nullità». Questione che il Papa ha fatto approfondire nel frattempo anche da una commissione «ad hoc», guidata dal monsignore decano della Rota romana Pio Vito Pinto, e sulla quale, infine, ha consultato, riservatamente, quattro esperti il cui nome non è stato rivelato dal Vaticano.

Forte di questa ampia consultazione il Papa, ora, ha promulgato il motu proprio Mitis iudex Dominus Iesus (Signore Gesù giudice clemente), unitamente ad un secondo motu proprio di contenuto analogo ma destinato alle sole Chiese orientali (Mitis et misericors Iesus) per fare, come scrive l'Osservatore Romano, «non solo una riforma profonda ma una vera e propria rifondazione del processo canonico riguardante le cause di nullità matrimoniale». Alimenta la «spinta riformatrice», scrive Francesco, «l'enorme numero di fedeli che, pur desiderando provvedere alla propria coscienza, troppo spesso sono distolti dalle strutture giuridiche della Chiesa a causa della distanza fisica o morale; la carità dunque e la misericordia esigono che la stessa Chiesa come madre si renda vicina ai figli che si considerano separati».

La riforma è radicale. Come ha illustrato mons. Pinto in conferenza stampa, si tratta della la «terza riforma del processo matrimoniale» dopo quella di Pio X nel 1908 e, più ancora, quella di Benedetto XIV nel 1741. Viene superata la necessità della doppia sentenza conforme, basta cioè una sentenza, viene snellito l'iter, si indica agli episcopati nazionali di puntare a processi gratis. Niente «lassismo», ma bisogna evitare che «il cuore dei fedeli che attendono il chiarimento del proprio stato non sia lungamente oppresso dalle tenebre del dubbio». L'obiettivo è favorire «non la nullità dei matrimoni, ma la celerità dei processi».

Due le innovazioni più rilevanti. Seguendo un'ipotesi prospettata da Benedetto XVI, il Papa annovera tra le cause di nullità «quella mancanza di fede che può generare la simulazione del consenso o l'errore che determina la volontà, la brevità della convivenza coniugale». Il collegamento con il tema della comunione ai divorziati risposati è chiaro: una persona risposata in nozze vissute nella fede cristiana che dimostrasse la mancanza di fede nel primo matrimonio potrebbe vederlo annullato, considerare «prime» le «seconde» nozze e comunicarsi regolarmente. Ipotesi peraltro contestata da episcopati di peso come quello tedesco che guardano con preoccpazione al rischio di che la nullità venga percepita come una sorta di «divorzio breve» cattolico. Il secondo elemento introdotto dal Papa è il ruolo centrale che assumerà il vescovo come «giudice» di prima istanza nei processi di nullità. Rimangono i tribunali interidiocesani, rimane l'appello alla Rota romana, ma la tendenza è ad un processo celebrato, se non dal vescovo in persona, da un suo delegato. E' l'idea di collegialità episcopale caldeggiata dal Concilio vaticano II, che sottolinea il ruolo dei vescovi, successori degli apostoli, nella gerarchia cattolica. Ed è l'idea di Papa Francesco, ex arcivescovo di Buenos Aires, che, in una nota intervista a Civiltà cattolica di inizio pontificato, sottolineò, accennando ad una sorta di «devolution dottrinale» alle conferenze episcopali nazionali, che «i dicasteri romani sono al servizio del Papa e dei Vescovi: devono aiutare sia le Chiese particolari sia le Conferenze episcopali. Sono meccanismi di aiuto. In alcuni casi, quando non sono bene intesi, invece, corrono il rischio di diventare organismi di censura. E' impressionante vedere le denunce di mancanza di ortodossia che arrivano a Roma. Credo che i casi debbano essere studiati dalle Conferenze episcopali locali, alle quali può arrivare un valido aiuto da Roma. I casi, infatti, si trattano meglio sul posto. I dicasteri romani sono mediatori, non intermediari o gestori». E, come direbbe mons. Pinto, tra i «poveri» vanno annoverati i «divorziati risposati tenuti o considerati lontani».