17 ottobre 2021
Aggiornato 18:00
Cambiano i musicanti, ma la musica è sempre la stessa

La triste monotonia della corruzione

Tutte le situazioni in cui emerge l’onestà in Italia sono diverse l’una dall’altra: dal tassista che restituisce la borsa dimenticata dalla cliente, alla cassiera che ti insegue perché hai dimenticato il resto. Tutte le situazioni in cui emerge la disonestà sono invece perfettamente eguali l’una all’altra.

ROMA - Tutte le situazioni in cui emerge l’onestà in Italia sono diverse l’una dall’altra: dal tassista che restituisce la borsa dimenticata dalla cliente, alla cassiera che ti insegue perché hai dimenticato il resto.Tutte le situazioni in cui emerge la disonestà sono invece perfettamente eguali l’una all’altra.

Cominciamo dal contesto. Primo: c’è da assegnare un appalto pubblico milionario. Secondo: il dirigente ministeriale fa in modo che sistematicamente venga assegnato agli amici degli amici. Terzo: il destinatario dell’appalto fa lievitare i costi all’inverosimile senza che nessuno gli contesti l’irregolarità. Quarto: una parte dei profitti fanno una conversione ad «u» per tornare alla prima casella, quella del dirigente o del politico che hanno guidato e indirizzato la concessione dell’appalto. Quinto: qualche volta può capitare, come recentemente in Sicilia che i lavori siano fatti talmente male che rischia di saltare il pilone che dovrebbe sorreggere l’autostrada nuova di zecca. Sesto: improvvisamente saltano fuori le intercettazioni che svelano la «normalità» dell’intreccio fra affari sporchi e politica. Settimo: parte la nenia di accuse e difesa. Le due parole delle quali tutti sembrano non poter fare a meno è : «macchina del fango». Ottavo: molto gettonata è anche la frase:«fare chiarezza. Nono: ci finisce inevitabilmente per parlare di case, regalate o con l’aiutino. Decimo: sulla scena irrompono nell’ordine: figli, fratelli, mogli, cognati, amanti, conviventi, padri, compagni di scuola.

Se non fosse per la pena di verificare ogni volta che siamo costretti a vivere in un paese che non riesce ad emergere dal proprio fango ( in questo caso l’uso del temine è più che appropriato) ci sarebbe da dire «ci risiamo, che noia». Lasciamo stare quindi l’inevitabile e inutile indignazione e cerchiamo perlomeno di capire se tutta questa cultura decennali dovuta a scandalia ripetizione ci possa perlomeno fornire qualche chiave di lettura. A proposito di lettura consiglio la visione di un libricino, si intitola la «Nomenklatura. Chi comanda veramente in Italia» e porta la firma di due giornalisti di «Repubblica», Marco Panara e Roberto Mania. L’opera che vi consigliamo non elenca una serie di scandali, ma scoperchia con grande precisione quali siano i meccanismi legali attraverso i quali si possano infiniti obiettivi illegali.

Insomma Panara e Mania mettono allo scoperto tutti gli scalini che portano all’unico risultato che la «nomenklatura» insegue senza sosta e senza soluzione di continuità: la conquista di pezzi dello stato, l’arricchimento personale, della propria famiglia, dei propri sodali. La novità rispetto ad un passato meno aggressivo e che ora la «nomenclatura» tutto ciò non lo vuole solo«qui e ora», ma per sempre. Così come una volta erano abituati ad aspettarsi gli appartenenti all’aristocrazia. Ora i titoli nobiliari si chiamano: Consiglieri di Stato, tecnocrati, alti burocrati, capi di gabinetto, Ragionieri generali dello Stato, funzionari parlamentari, direttori generali di ministeri. Sono carriere che si tramandano di padre in figlio, di partito in partito, di scandalo in scandalo: in un parola è l’Italia che conta e che vuole continuare a contare.

Che cosa si può fare per rompere i fili tossici che tengono insieme questo nodo scorsoio che si stringe intorno al Paese e alla gola dei cittadini onesti? Nel breve poco o niente. A meno che la nostra disperazione sia arrivata al punto di smascherare tutta la disonestà che alberga intorno a noi, e a volte anche dentro di noi. Guardiamoci intorno e cerchiamo di individuare quanta «nomenclatura» ci sfiora ogni giorno e nel nostro piccolo trattiamola per quello che è e non per quello che gli abiti che indossa, le belle maniere, le belle case che abita fa credere di essere. Forse perderemo qualche amico o conoscente. Ma potremo cominciare a sentirci un po’ meglio.