25 giugno 2019
Aggiornato 08:00
E' crisi in Forza Italia

Berlusconi vota «no» alle riforme, ma pensa a Ruby

Forza Italia ha votato compatta contro le riforme del governo Renzi. Ma nel partito la crisi è profonda, e lo scontro diretto è solo rimandato. Berlusconi ha ottenuto una tregua, in vista del giudizio atteso dalla Cassazione sul processo Ruby, ma quanto durerà?

ROMA - Forza Italia ha votato compatta contro le riforme del governo Renzi. Ma nel partito la crisi è profonda, e lo scontro diretto è solo rimandato. Berlusconi ha ottenuto una tregua, in vista del giudizio atteso dalla Cassazione sul processo Ruby, ma quanto durerà?

IL «NO» DI FORZA ITALIA NASCONDE UNA CRISI PROFONDA - Forza Italia vota compatta contro le riforme, ma non potrebbe essere più spaccata di così. E' il paradosso di un partito in preda alle faide, ma che oggi non può permettersi di voltare le spalle al suo leader. Insomma, alla fine vince la mozione degli affetti, vince l'appello fatto - in molti casi con telefonate personali - da Silvio Berlusconi che ha chiesto ai suoi deputati di non dividersi in mille pezzi proprio oggi che la Cassazione è chiamata a decidere se confermare la sua assoluzione per il processo Ruby o riaprire quel capitolo. Al momento del voto finale sul ddl Boschi, dunque, non si realizza quella spaccatura in cinque che ieri sembrava così probabile: niente assenze in massa, nessun astenuto, un solo sì in dissenso dal gruppo che è quello di Gianfranco Rotondi. Ma la divisione è comunque plastica ed evidente. Anzi di più: è messa nero su bianco.

LO SCONTRO È SOLO RINVIATO - In 17 su 69 firmano un documento in cui si esprime il «dissenso e disagio» per la linea assunta. Tra di loro i «verdiniani», i più tentati fino all'ultimo dalla scelta di votare sì. Senza nominarlo, nel documento a essere messo sotto accusa è soprattutto Renato Brunetta. Contro i toni troppo tranchant e le posizioni espresse dal suo "Mattinale" nei giorni scorsi erano venuti allo scoperto anche deputati di calibro come Maria Stella Gelmini. Oggi, la messa in stato d'accusa del capogruppo, passa attraverso il testo dei 17. «Come dimostra questo documento - si legge - il gruppo non è né unito né persuaso dalla linea che è stata scelta», «siamo altresì persuasi - proseguono - che la conduzione del nostro gruppo parlamentare mostri quotidianamente un deficit di democrazia, partecipazione ed organizzazione».Lo scontro, insomma, è al massimo rinviato. Lo sa bene Raffaele Fitto: il leader dei frondisti da tempo aveva schierato le «sue» truppe contro il ddl Boschi e ora può cantare vittoria. «Oggi - dichiara non senza sarcasmo - benvenuti tutti all'opposizione. Ma ora niente scherzi al Senato».Già, il Senato. Perché è lì che gli equilibri sono più precari e i filo-nazareni potrebbero davvero cercare di pesare. E non è detto che a quel punto il «dissenso» e il «disagio» espressi oggi verso la linea ufficiale del partito non porti alla nascita di gruppi di soccorso al governo.