6 giugno 2020
Aggiornato 22:00
Un anno fa l'uccisione di un giovane romano da parte di un clochard

La madre accusa Sant'Egidio. La Binetti: «La carità mai colpevole»

E' passato ormai un anno da quando il giovane Carlo Macro è stato ucciso a colpi di cacciavite da parte di un clochard con precedenti penali. Per la madre del ragazzo, la tragedia è conseguenza di una «malintesa solidarietà e carità cristiana». E proprio mentre il Papa apre baberie e docce per i clochard, Paola Binetti esorta a considerare la drammatica condizione dei senzatetto.

ROMA - «E' passato un anno senza Carlo, un'assenza difficile da sopportare visto che è stato strappato in modo ingiusto e violento alla sua famiglia». Un omicidio, quello del giovane Carlo Macro, che, secondo sua madre Giuliana, poteva essere evitato se anche «associazioni meritorie come la Comunità di Sant'Egidio non di fossero fatte guidare da una malintesa solidarietà e carità cristiana». Ad un anno di distanza dall'uccisione, perpetrata da un clochard a colpi di cacciavite nel quartiere Monteverde di Roma, si riapre la polemica. Soprattutto, in un periodo in cui Papa Francesco si è reso protagonista di atti di generosità e carità nei confronti dei senzatetto, istituendo fuori dal Colonnato di San Pietro un servizio di docce e facendo aprire delle barberie per i più bisognosi. Quale, dunque, in confine tra solidarietà e «malintesa carità cristiana»?

BINETTI: PENSIAMO A COME VENIRE INCONTRO AI BISOGNOSI - L'onorevole Paola Binetti, deputata di Area Popolare, non ci sta a criminalizzare la Comunità di Sant'Egidio, accusata dalla madre di Macro di essere la «responsabile morale» della tragedia. Una tragedia che, a suo avviso, non deve portare a generalizzazioni superficiali, ma, al contrario, deve spingere a riflettere nel profondo su un tema tanto complesso. "A mio parere, bisogna affrontare la questione da un punto di vista preciso, e cioè la condizione dei clochard», afferma la Binetti. «Queste persone sono in una condizione di fragilità estrema, e vivono nell'indigenza più profonda, condizione che ha portato il Papa di recente ad aprire la barberia vicino al Colonnato, per restituire loro un po' di dignità umana anche nell'aspetto fisico. Ma questi clochard», prosegue la Binetti, "vivono soprattutto nella paura che qualche squilibrato (e non è il caso di Carlo) possa in realtà costituirsi come elemento di pericolo». La deputata porta un esempio che, dice, «mi sta particolarmente a cuore. Noi abbiamo in piazza Montecitorio - cuore di Roma anche istituzionale - da oltre 560 giorni una tenda nella quale vivono due persone disabili, affette da distrofia muscolare progressiva, che sono sottoposte a una situazione di stress costante, perchè quella piazza è anche luogo di manifestazioni di protesta. Le proteste di giorno creano tensioni di un certo tipo, ma quelle di notte creano livelli di angoscia e ansia davvero rilevanti. Il problema vero, per noi, oggi», prosegue la Binetti, «è come venire incontro a tutte queste situazioni che conosciamo benissimo. Quel clochard era evidentemente in una condizione, chiamiamola così, di irregolarità; eppure, le istituzioni sono state in silenzio».

LE ISTITUZIONI INTERVENGANO PER LA SICUREZZA DEI CLOCHARD E DEI VOLONTARI - Insomma, per la Binetti «il problema non è se la Comunità di Sant'Egidio viva in modo corretto la carità o no. Io credo che la Comunità faccia molte cose buone, certamente non tutte spesso sostituendo le istituzioni in ciò che non fanno. Quello che è successo», spiega la deputata Ap, «potrebbe accadere anche a chi si avvicina a queste tende per dare cura e sollievo ai senzatetto; perché quando una persona è spaventata, e drammaticamente teme che chi si avvicina alla sua tenda possa essere non una presenza amica, ma ostile - ricordiamo i clochard a cui è stato dato fuoco - può reagire sospinta dall'angoscia. In una città come Roma, dove il Santo Padre compie dei gesti tanto importanti - dagli ombrelli regalati alle barberie aperte - non mi sembra che l'amministrazione capitolina intervenga con altrettanta fermezza e chiarezza, per mettere tutte queste persone che soffrono e quelle che vogliono prendersi cura dei bisognosi in sicurezza. L'esperienza di paura e rischio che entrambe le parti vivono deve trovare una ben diversa attenzione da parte delle istituzioni. Nel caso della tenda a Montecitorio, sarebbe il Ministero della Salute a dover far fronte a questa richiesta d'aiuto», conclude la Binetti.

PER LA MADRE DELLA VITTIMA, SANT'EGIDIO RESPONSABILE MORALE - La rabbia di quella madre, a cui un clochard ha per sempre strappato via il figlio, però, è difficile da spegnere. Il giovane si era accostato alla roulotte con l'auto nelle prime ore della mattina, al ritorno da una festa, e aveva disturbato con l'autoradio il sonno del cittadino immigrato con precedenti per aggressione, cui la Comunità di Sant'Egidio aveva procurato quel ricovero di fortuna. Contro questa scelta si è scagliata, nel suo intervento alla cerimonia, la mamma di Carlo che ha accusato con la voce rotta dall'emozione «l'inerzia irresponsabile, l'omertoso silenzio della Comunità di Sant'Egidio e di altre istituzioni, che hanno anteposto i loro interessi alla dignità dei più bisognosi, senza esercitare alcuna selezione o controllo, come pure è loro abitudine». Il clochard violava la legge urbanistica e il codice della strada, "ma a questi errori sciagurati da parte di Sant'Egidio è seguita una condotta omertosa - ha continuato la donna -. Si voleva affrontare la morte di Carlo come fosse una semplice fatalità o, addirittura, di una sua colpa cercando di mettere tutto a tacere al più presto». D'altronde, quando Sant'Egidio aveva rivolto un appello al sindaco di Roma perché cessasse lo sgombero di roulotte per senzatetto, Giuliana aveva reagito duramente. Secondo la donna, la forma di assistenza portata avanti dall'associazione,«in barba ad ogni forma di legalità» e «costringendo gli indigenti di qualsiasi tipo a vivere in modo a dir poco precario, al freddo in inverno, al caldo in estate, senza acqua, senza luce, senza bagni e quindi senza la minima igiene, innesca nella città coni d'ombra in cui, oltre a prestare il fianco a ogni tipo di attività malavitosa, si alimenta ancor più emarginazione, intolleranza e insicurezza».

MAI PIU' VITTIME DELL'IPOCRISIA - Giuliana Macro, che ha dedicato al nome del figlio un'associazione che si occupa di individuare e segnalare casi analoghi a quelli che hanno causato la sua morte, ha ringraziato il sindaco Ignazio Marino, intervenuto all'evento insieme all'assessore alla Trasparenza Sabella, chiedendo un impegno preciso all'amministrazione: «mai più vittime dell'ipocrisia - ha concluso - ma che sia data assistenza nel rispetto della legalità e della dignità della persona».

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