23 agosto 2019
Aggiornato 11:30
Multa di 42.800.000 euro per l'Italia

Dall'UE, stangata all'Italia per i rifiuti

La Corte di Giustizia europea ci ha assegnato una multa di ben 42.800.000 euro per non aver dato seguito alla sentenza del 2007 sulla gestione dei rifiuti. Scarti pericolosi, discariche non a norma, lentezza nell'applicazione delle direttive: la deputata di Forza Italia Elvira Savino ha spronato il Governo ad intervenire con urgenza

ROMA - 42.800.000 euro: questa, l'ennesima multa che ci arriva dall'Ue, con sentenza della Corte di Giustizia dell'Unione europea dello scorso 2 dicembre 2014: e il motivo, ancora una volta, è l'inadempienza dimostrata dall'Italia nel dare seguito alle direttive europee. In questo caso, il debito pubblico non c'entra: nel mirino dell'Europa è la totale incapacità del Belpaese a gestire i rifiuti, specialmente quelli pericolosi per la salute dell'uomo, e le discariche. D'altronde, nel Paese della terra dei fuochi e delle distese di amianto a 30 anni dalla sua messa al bando, tutto ciò stupisce ben poco.

ITALIA INADEMPIENTE SUI RIFIUTI - E' stata la deputata di Fi Elvira Savino a sottoporre all'attenzione della Camera la questione, che pare essere stata pressoché ignorata dalla gran parte dei media. Già nel 2007, infatti, la Corte aveva evidenziato l'inefficienza dell'Italia in materia rifiuti con una sentenza inequivocabile e, in sede di controllo di ottemperanza, «la Commissione chiedeva con lettera dell'8 maggio 2007 alle autorità italiane di indicare i provvedimenti da esse adottati ai fini dell'esecuzione della sentenza»: peccato che le risposte dell'Italia siano state giudicate del tutto insoddisfacenti, facendo concludere alla Commissione «che persisteva in capo alla stessa l'inadempimento generale già accertato dalla Corte».

MISURE ADOTTATE INSUFFICIENTI - In particolare, «la Commissione riteneva che nelle regioni italiane esistessero ancora 218 discariche non conformi» alla direttiva, discariche che contenevano rifiuti pericolosi. Pertanto, «persistendo detta situazione al 2013, la Commissione ha proposto ricorso al fine di dare attuazione alla sentenza del 2007», causa nella quale è emerso che «la Repubblica italiana non sarebbe stata in grado di fornire adeguato programma relativo alle misure da adottare per l'adeguamento alle direttive europee in materia di rifiuti e di discariche nonostante, per contro, l'Italia avesse sostenuto di aver adottato tutte le misure necessarie ai fini dell'esecuzione della sentenza Commissione/Italia». Addirittura, l'interrogante riporta che l'Italia, per alcuni siti, «non avrebbe presentato né approvato alcun piano di riassetto e non avrebbe adottato alcuna decisione definitiva in ordine alla loro chiusura e alla loro destinazione ad altro uso; per altri siti, i dati forniti sarebbero stati incompleti o poco chiari e per altri siti ancora non sarebbe stata trasmessa alcuna informazione»

VIOLAZIONE CONTINUATIVA E PERSISTENTE DELLE DIRETTIVE - Tutto questo, come da tradizionalissimo copione italiano, nonostante la Repubblica, «come riferisce la Corte europea», sia stata «ben consapevole della minaccia che detti rifiuti riversati nelle discariche abusive e prive di autorizzazioni necessarie e licenze, costituiscono per la salute dell'uomo e per l'ambiente»: e ciò dimostra, oltre a un non rispetto delle indicazioni europee, soprattutto una totale disattenzione per la salute dei cittadini. Per l'interrogante, dunque, «l'Italia deve dimostrare, così come enunciato nel corpo della sentenza, attraverso un catalogo e una identificazione esaustiva i rifiuti pericolosi depositati nelle discariche, nonché deve depositare i piani di riassetto presso l'autorità competente». Insomma, l'elenco delle inadempienze del nostro Paese in materia fa rabbrividire: «l'Italia ha violato in modo continuativo e persistente l'obbligo di recuperare i rifiuti o di smaltirli senza pericolo per l'uomo o per l'ambiente; l'Italia non si è assicurata che il regime di autorizzazione istituito fosse effettivamente applicato e rispettato; non ha assicurato la cessazione effettiva delle operazioni realizzate in assenza di autorizzazione; non ha provveduto ad una catalogazione e un'identificazione esaustiva di ciascuno dei rifiuti pericolosi riversati nelle discariche; ha violato l'obbligo di garantire che per determinate discariche sia adottato un piano di riassetto o un provvedimento definitivo di chiusura».

MULTA SALATISSIMA - Di qui, la salatissima multa. Quei 42.800.000 euro, in realtà, sono, fortunatamente, l'importo iniziale, da cui si potranno detrarre, nel primo semestre, «euro 400.000 per ciascuna discarica contenente rifiuti pericolosi messa a norma ed euro 200.000 per ogni altra discarica messa a norma e per ogni semestre successivo la penalità sarà calcolata detraendo i predetti importi da quello originario in ragione delle discariche messe a norma nel corso del semestre». Insomma, il conto da pagare, comunque elevatissimo, potrà essere ridotto; questo, però, avverrà soltanto se l'Italia saprà dimostrare l'impegno necessario. L'urgenza di un intervento dell'esecutivo è evidente. La Savino, infatti, ha esortato il Governo a dare piena e tempestiva attuazione alla direttiva comunitaria, giustamente ricordando «il periodo storico drammatico in cui versa lo stato Italiano e l'interesse per lo stesso a vedersi decurtata semestralmente la pena inflittagli in ragione delle discariche messe a norma». Come a dire che, se non lo si vuole fare per la salute e l'ambiente, lo si faccia almeno per sperperare meno denaro, in un momento in cui i cittadini non sanno più da che parte tirare la cinghia.