19 luglio 2019
Aggiornato 21:00
Politica & Riforme

Renzi stringe su Mineo e avvisa Forza Italia

Il Presidente del Consiglio non intende perdere altro tempo sulla riforma del Senato e manda segnali chiari in vista del colloquio che dovrebbe avere con Silvio Berlusconi la prossima settimana, il vero snodo della partita delle riforme.

ROMA - Dopo Mario Mauro, anche Corradino Mineo è a rischio in commissione affari costituzionali del Senato. Matteo Renzi non intende perdere altro tempo sulla riforma del Senato e manda segnali chiari in vista del colloquio che dovrebbe avere con Silvio Berlusconi la prossima settimana, il vero snodo della partita delle riforme. I voti in commissione prima delle europee hanno disegnato uno scenario che a Renzi non piace affatto, quello di un governo ostaggio dei veti incrociati di minoranza Pd, Lega e Forza Italia, e il pressing crescente su Mineo serve proprio a chiarire che ora le cose cambieranno: gli uomini di Berlusconi, è il ragionamento che fanno dalle parti del Nazareno, devono sapere che non potranno fare da ago della bilancia, sfruttando i distinguo di Chiti e Mineo, devono avere chiaro che la maggioranza è in grado di procedere comunque.

In realtà, anche gli uomini vicini al premier preferirebbero evitare di arrivare ad una resa dei conti con il senatore ex giornalista, ma non possono permettersi di concedere a Calderoli e Fi il potere di vita e di morte sulle riforme. Anna Finocchiaro, presidente della commissione affari costituzionali del Senato, spiega chiaramente la proposta del Pd a Mineo: «Niente limiterebbe la libertà di coscienza di Mineo e di altri durante la discussione e il voto in Aula, ma in una commissione in cui c'è un solo voto di scarto tra maggioranza e opposizione un'espressione critica così radicale da manifestarsi con un voto diverso non è solo liberta di coscienza ma vuol dire scegliere tra fare le riforme e non farle». Certo, la Finocchiaro aggiunge che «deciderà il gruppo», ovvero Luigi Zanda, ma il messaggio è chiaro: i senatori Pd non devono prestarsi a fare il cavallo di Troia di chi volesse ricattare il governo o, peggio, affossare le riforme sulle quali Renzi gioca buona parte della sua scommessa. In pratica, al Pd basterebbe che Mineo garantisse il suo voto in commmissione, nel caso fosse determinante.

Si vedrà la reazione del senatore Pd, che è in commissione in sostituzione di Marco Minniti, divenuto sottosegretario alla presidenza del Consiglio. In caso di indisponibilità al compromesso prospettato, il Pd sarebbe pronto a nominare un altro esponente al posto di Minniti, e dunque del supplente Mineo, forse lo stesso capogruppo Zanda. Miguel Gotor, altro senatore Pd della commissione, commenta così l'ipotesi: «Non me lo aspetto e sarebbe un errore politico, se avvenisse. Credo che il problema va relativizzato, la vera questione è la tenuta dell'intesa con Fi, se questa intesa viene ribadita, non c'è alcun problema numerico, la sostituzione di Mineo sarebbe inopportuna, non necessaria nemmeno sul piano politico. Certo, lo diventerebbe se non ci fosse più l'intesa con Fi...».

L'idea di fare di Mineo una vittima, in realtà, non piace nemmeno a Renzi e ai suoi. Per questo il premier, insieme al ministro Maria Elena Boschi e a Graziano Delrio, ha anche ipotizzato un'ulteriore via d'uscita, nel caso in cui Fi si sfilasse dall'accordo: chiedere che la commissione mandi all'aula il testo base del governo senza votare gli emendamenti, lasciando che sia l'assemblea ad occuparsi delle modifiche al provvedimento.