13 novembre 2019
Aggiornato 23:00
L'incubo degli appalti

Siamo al 69° posto per trasparenza e corruzione: ecco spiegato il Mose

Le leggi ci sarebbero pure. Per gli appalti pubblici nel 2006 si fece addirittura un decreto legislativo, il 163. I risultati si sono visti. Eppure abbiamo anche un'Authority che dispone di 300 dipendenti per vigilare. Ma senza una rivoluzione culturale non ne basterebbero 3 mila.

ROMA - Un pugno allo stomaco. È questa la prima sensazione che si prova a valle delle notizie che arrivano dall’inchiesta  sulla nuova tangentopoli in salsa veneta, nata e cresciuta intorno all’ennesima «Grande opera», per la quale come per le altre – ultima l’Expo 2015 – si era derogato a causa del le caratteristiche «speciali» dal rispetto elementare delle regole.

Una storia di soliti noti - Non vorremmo più leggere sui giornali o ascoltare alla radio di tali notizie, sembra di tornare indietro di decenni, alla fine della prima repubblica, e la constatazione che nulla o poco sia cambiato produce solo disperazione. Sì, perché il dato più difficile da sopportare è che nulla sia cambiato, nonostante fiumi di inchiostro, commissioni d’inchiesta, leggi speciali, provvedimenti antimafia, anticamorra, anticorruzione, anti’ndrangheta. I soliti nomi eccellenti, gente stimata, come sempre non solo politici, abbiamo il magistrato e il generale, l’industriale e il consigliere economico, l’avvocato e la segretaria.  Dove c’è il corrotto c’è sempre il corruttore, e la distanza morale tra i due è nulla, l’uno non vivrebbe senza l’altro. Nessuno si salva, siamo tutti responsabili, l’intero Paese è coinvolto, e non valgono presunzioni d’innocenza. La rabbia popolare, che nelle ultime due elezioni ha avuto un riscontro così importante, ha anch’essa le sue responsabilità, perché non basta solo gridare, bisogna sedersi a un tavolo e cambiare le regole della convivenza civile.

Contano solo amicizie e relazioni - Basta andare in giro per la Capitale per comprendere che non è solo un problema di tangenti e di singoli interessi economici, ma di civiltà: una città sporca, volgare, piena di immondizia, senza alcun senso civico, dove i dipendenti comunali domani scioperano bloccando la città senza che i cittadini possano comprendere; una Capitale che non sa organizzare il trasporto pubblico, in perenne stato di agitazione, con i cittadini che non pagano il biglietto, certi di farla franca, una città che ha bisogno di fare intervenire il ministro per tenere aperto il Colosseo per la Notte dei musei.
Sono gli italiani però a essere così, e adesso non serve andare a cercare il nome o identificare il partito degli arrestati, in quella retata ci sono quasi tutti, quasi. Sì, perché la mancanza di responsabilità è un comune denominatore di noi italiani, così come la certezza di farla franca, prima ancora che davanti alla legge davanti a sé stessi e ai propri cari. Siamo sempre alla ricerca della scorciatoia, quella stretta via che diventa strada obbligata nel marasma di leggi, leggine e leggi speciali che ci diamo, un modo per non capire nulla e dover chiedere per forza aiuto o guida a qualcuno. Questo vale per l’asilo nido come per la pratica automobilistica, per il catasto come per la prenotazione a un esame specialistico, passando per esami universitarì e le graduatorie per il lavoro. «Dovevi dirmelo!» «Io conosco…», «ho un fratello!», «Quel vigile è amico mio» .

Ultimi in classifica per trasparenza e corruzione - Transparency International ci relega in un mortificante  69simo posto come indice di trasparenza e corruzione, in coda a tutti i paesi europei, così come occupiamo posizioni di retroguardia  in quasi tutte le classifiche che misurano la legalità, i sevizi, la competitività, l’evasione fiscale, il lavoro nero. Le leggi ci sarebbero pure, per gli appalti pubblici nel 2006 si fece addirittura un apposito decreto legislativo, il 163, con quali risultati è sotto gli occhi di tutti, e per fortuna abbiamo anche un’autorità che dovrebbe vigilare con oltre 300 dipendenti!

Ai figli abbiamo tolto il futuro - Quella che ci vuole è una rivoluzione culturale che inizi dalla scuola, dalla formazione, all’interno delle famiglie. Non è sufficiente togliere le mele marce o agire per la sola via giudiziaria. Sono i ragazzi che oggi hanno poco più di vent’anni, ai quali la società sembra aver rubato il futuro,  che dovranno  insegnare ai loro figli il valore dell’onestà e della convivenza civile, che possa sostituire quel miscuglio fetido  micidiale di volontà di potenza e avidità di denaro che ha caratterizzato gli ultimi decenni  e che ha portato alla «corruzione globale» e alla distruzione dell’etica nel nostro Paese, individuale e collettiva.