L’Italia dal perdono facile, e gratuito
La madre del tifoso del Napoli ferito a Roma afferma di non odiare chi forse costringerà suo figlio a vivere il resto della sua vita in carrozzella. Ora ci aspettiamo la benedizione di «Genny ‘a carogna».
Fra le cose che si sono sentite dire intorno alla partita di calcio in cui lo Stato italiano, e i suoi più autorevoli rappresentanti presenti in tribuna, hanno alzato pubblicamente le braccia davanti ad un signore che tutta Napoli conosce come «Genny ‘a carogna», a colpire sono state anche le parole pronunciate dalla mamma del giovane tifoso napoletano ferito gravemente da un colpo di pistola, che gli inquirenti affermano sia stato sparato da uno dei capi della tifoseria romanista, estraneo quindi (apparentemente) allo scontro per la finale di Coppa Italia fra le squadre del Napoli e della Fiorentina
«Io nel mio cuore già l'ho perdonato ma non riesco a capire quello che ha fatto. Forse sono sbagliata ma io non lo odio. Siamo fratelli d'Italia», ha affermato Antonella Leardi, madre del giovane tifoso che i chirurghi del Gemelli di Roma sono riusciti a tenere in via, ma che ora rischia di restare paralizzato per sempre.
In un Paese cattolico come il nostro la manifestazione di un sentimento di perdono è l’ultima cosa che dovrebbe destare stupore o perplessità. Eppure in questa fretta di generosa comprensione per chi ha fatto del male, sempre più spesso messa in mostra dagli italiani davanti ad episodi di intensa drammaticità, c’è qualche stonatura che ci deve far riflettere.
Intanto ci si può chiedere quale devianza del diritto di cronaca spinge ormai i giornalisti a mettere al primo posto, e a caldo, la domanda sulla disponibilità al perdono rivolta a chi è stato vittima di una disgrazia provocata da mano altrui.
Nel caso della signora Leardi i tempi denunciano che la domanda è stata posta addirittura quando suo figlio era ancora in pericolo di vita in sala operatoria.
Subito dopo, però, ci si deve interrogare sull’equivoco senso del perdono che sembra entrato nella cultura degli italiani.
Soprattutto quando il perdono viene erogato con troppa fretta e soprattutto senza che via sia alcun segno di ravvedimento da parte di chi ha provocato un danno o addirittura un lutto.
Siamo sicuri che si tratti della stessa categoria di perdono che fa della religione cattolica la religione dell’amore, e dal cuore così grande da contenere anche lo sbaglio, l’errore, la colpa?
O ci troviamo davanti da una fuga di massa dalle responsabilità che nelle persone semplici si manifesta nella ricerca di lidi che non richiedano lo sforzo di trovare la durezza richiesta dalle circostanze, e nelle persone autorevoli si manifesta con la volontà di non vedere ciò che è sotto gli occhi di tutti.
Il signor «Genny ‘a carogna» che a cavalcioni della lastra che dovrebbe proteggere dalle intemperanze dei tifosi, prima parla con il giocatore del Napoli, Hamsich, e poi alza il pollice verso l’alto per annunciare ai suoi sudditi della curva, come un imperatore romano: «Abbiamo deciso che la partita si può giocare», lo hanno visto dovunque nel mondo (purtroppo) ma è sfuggito alla vista dei politici presenti: dal presidente del Consiglio, Renzi, al presidente del senato, Grasso, al presidente della Federcalcio, Abete, al presidente del Coni, Malagò.
Il ministro Alfano ha addirittura smentito che in quei quarantacinque minuti di attesa e di vergogna allo stadio Olimpico di Roma, prima che iniziasse la partita, ci sia stata una trattativa fra le forze dell’ordine e il signor «Genny ‘a carogna».
«Faremo approvare in fretta una legge per proibire a vita l’ingresso negli stadi ai violenti», ha promesso Angelino Alfano, dimostrando ancora una volta che la politica non ha consapevolezza di quello che sta accadendo in Italia. Di non capire che l’ergastolo negli stadi è del tutto inutile perché i «signori delle curve» sono già pronti per altro.
Per un «altro» che con il calcio non c’entra niente.
Perché ormai i «signori delle curve», non a caso, si scopre che fanno anche parte di famiglie camorriste. Perché, non a caso, sono imparentati (sempre che non siano gli stessi) con le «frange» i «groppuscoli» che ormai trasformano ogni corteo, nato e indetto, pacificamente in una guerriglia urbana.
Che ci sia una materia prima pronta a tutto cresciuta nel brodo di un malinteso «perdonismo» lo dimostra l’atto di barbara follia compiuto da uno dei capi della tifoseria romanista che le forze dell’ordine accusano essere il feritore del tifoso napoletano: si chiama Daniele De Santis, ha 48 anni, e nel 2004 fu uno dei quattro tifosi che, scesi in campo, costrinsero Francesco Totti e i giocatori di Roma e Lazio a non giocare un derby, dopo aver diffuso la falsa notizia che negli scontri fuori dello stadio era morta un bambino.
Daniele De Santis, meglio conosciuto come «Gastone», era stato già arrestato nel 1996 a Brescia con l’accusa di avere ferito, a colpi d’ascia, 16 poliziotti e ferito un vice questore.
«Gastone», domenica era uscito a provocare i tifosi napoletani dal Ciak Village, una discoteca dove lavora, il cui proprietario è Alfredo Iorio, fondatore del movimento di estrema destra «Il popolo della vita» e protagonista dell’estremismo postmisssino del rione Prati. Al Ciak Village si tenne, ai tempi della tessera del tifoso di Roberto Maroni, anche una riunione dei capi degli ultras di tutte le squadre italiane.
Con «Genny ‘a carogna» questo magma indistinto di tifoserie ed estremismo è riuscito a fare un salto di qualità prendendo in mano le redini del gioco: fuori dello stadio l’assalto ai poliziotti e la follia dei De Santis; dentro lo stadio la trattativa e la capacità di dettare le condizioni della pace del rampollo di una famiglia camorrista.
Solo la cecità di chi gestisce la politica del Paese può continuare a sostenere che siamo di fronte all’ennesima follia del calcio.
Avendo inoltre come sfondo: i leghisti che si costruiscono un carro armato; la violenza verbale dei Grillo; gli oscuri propositi di Casaleggio; la ribellione dei «no tav» e l’oggettiva difficoltà di chi non ha un lavoro, l’unica follia è continuare a sottovalutare e a male interpretare i pericoli che sta correndo il Paese.
- 08/01/2019 Calcio, Giorgetti chiede orari concordati con Questure e più poteri agli steward. Salvini: «No alla chiusura degli stadi»
- 29/12/2018 Renzi: «Salvini non è credibile se canta cori razzisti»
- 28/12/2018 Ultrà morto, Salvini: «Sbagliato chiudere gli stadi»
- 24/03/2015 Il Viminale, basta con i giocatori pompieri