22 settembre 2020
Aggiornato 16:30
Giustizia | Emergenza carceri

Napolitano: «Si adottino congiuntamente amnistia e indulto per far cessare l'affollamento carcerario»

Il capo dello Stato scrive al Parlamento: «Nelle prigioni italiane detenuti torturati con trattamenti disumani o degradanti. Un'inammissibile allontanamento dai principi e dall'ordinamento si cui si basa l'integrazione europea»

ROMA - Il presidente della Repubblica ha scritto un messaggio alle Camere, per richiamarle al «dovere urgente» di far «cessare l'affollamento carcerario». «Sottopongo all'attenzione del Parlamento l'inderogabile necessità di porre fine ad uno stato di cose che ci rende corresponsabili delle violazione contestate all'Italia dalla Corte di Strasburgo. Esse si configurano come un'inammissibile allontanamento dai principi e dall'ordinamento si cui si basa l'integrazione europea», ha precisato Napolitano.

TRATTAMENTI DISUMANI E DEGRADANTI SONO TORTURA - Il capo dello Stato ha ricordato che l'Italia ha tempo fino al prossimo 28 maggio per adeguare le proprie carceri alle norme europee, poi è praticamente certo che «le diverse centinaia di ricorsi» presentati alla Corte Ue verranno accolti. La Corte europea dei diritti dell'uomo «con la sentenza, approvata l'8 gennaio 2013 secondo la procedura della sentenza pilota, (Torreggiani e altri sei ricorrenti contro l'Italia), ha accertato, nei casi esaminati, la violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea che, sotto la rubrica 'proibizione della tortura', pone il divieto di pene e di trattamenti disumani o degradanti a causa della situazione di sovraffollamento carcerario in cui i ricorrenti si sono trovati», ha spiegato il capo dello Stato.
La Corte, ha proseguito il presidente della Repubblica, «ha affermato, in particolare, che 'la violazione del diritto dei ricorrenti di beneficiare di condizioni detentive adeguate non è la conseguenza di episodi isolati, ma trae origine da un problema sistemico risultante da un malfunzionamento cronico proprio del sistema penitenziario italiano».

RIDURRE AL MINIMO LE CARCERAZIONI - Per quanto riguarda i rimedi, la Corte ha ricordato Napolitano: «Ha richiamato la raccomandazione del Consiglio d'Europa 'a ricorrere il più possibile alle misure alternative alla detenzione e a ri-orientare la loro politica penale verso il minimo ricorso alla carcerazione, allo scopo, tra l'altro, di risolvere il problema della crescita della popolazione carceraria'».

IMPERATIVO MORALE RIDURRE SOVRAFFOLLAMENTO - Quindi ha ribadito il titolare del Quirinale: «La stringente necessità di cambiare prontamente la condizione delle carceri è un imperativo giuridico e politico e allo stesso tempo un imperativo morale». Il capo dello Stato ha continuato: «La cessazione degli effetti lesivi si ha, innanzitutto, con il porre termine alla lesione del diritto e, soltanto in via sussidiaria, con la riparazione delle conseguenze della violazione già verificatasi. Da qui deriva il dovere urgente di fare cessare il sovraffollamento carcerario rilevato dalla Corte di Strasburgo, più ancora che di procedere a un ricorso interno idoneo ad offrire un ristoro per le condizioni di sovraffollamento già patite dal detenuto».

COSTITUZIONE CI OBBLIGA A INTERVENIRE - Da una diversa prospettiva, la gravità del problema, ha continuato il presidente della Repubblica: «E' stata da ultimo denunciata dalla Corte dei Conti, pronunciatasi, in sede di controllo sulla gestione del ministero della Giustizia nell'anno 2012, sugli esiti dell'indagine condotta su 'l'assistenza e la rieducazione dei detenuti'. Essa ha evidenziato che il sovraffollamento carcerario, unitamente alla scarsità delle risorse disponibili, incide in modo assai negativo sulla possibilità di assicurare effettivi percorsi individualizzati volti al reinserimento sociale dei detenuti. Viene così ad essere frustrato il principio costituzionale della finalità rieducativa della pena, stante l'abisso che separa una parte - peraltro di intollerabile ampiezza - della realtà carceraria di oggi dai principi dettati dall'articolo 27 della Costituzione. Il richiamo ai principi posti dall'articolo 27 e dall'articolo 117 della nostra Carta fondamentale qualifica come costituzionale il dovere di tutti i poteri dello Stato di far cessare la situazione di sovraffollamento carcerario entro il termine posto dalla Corte europea, imponendo interventi che riconducano comunque al rispetto della Convenzione sulla salvaguardia dei diritti umani».

UE CI SANZIONERÀ PESANTEMENTE - La violazione di tale dovere, ha concluso sul punto Napolitano, «comporta tra l'altro ingenti spese derivanti dalle condanne dello Stato italiano al pagamento degli equi indennizzi previsti dall'articolo 41 della Convenzione: condanne che saranno prevedibilmente numerose, in relazione al rilevante numero di ricorsi ora sospesi ed a quelli che potranno essere proposti a Strasburgo».
Il presidente della Repubblica ha invitato il Parlamento e il governo a perseguire «vere e proprie riforme strutturali al fine di evitare che si rinnovi il fenomeno del 'sovraffollamento carcerario'. Il che mette in luce la connessione profonda tra il considerare e affrontare tale fenomeno e il mettere mano a un'opera, da lungo tempo matura e attesa, di rinnovamento dell'Amministrazione della giustizia. La connessione più evidente è quella tra irragionevole lunghezza dei tempi dei processi ed effetti di congestione e ingovernabilità delle carceri».

LE MISURE STRUTTURALI - Napolitano ha presentato un elenco di misure che possono essere adottate per riportare le carceri italiani in linea con i requisiti richiesti dall'Ue: «Introduzione di meccanismi di 'probation'; la previsione di pene limitative della libertà personale, ma non carcerarie; la riduzione dell'area applicativa della custodia cautelare in carcere, dai dati del Dap risulta che i detenuti in attesa di giudizio sono il 19 per cento e quelli condannati tra primo e secondo grado un altro 19 per cento; l'accrescimento dello sforzo diretto a far sì che i detenuti stranieri possano espiare la pena inflitta in Italia nei loro paesi di origine (35% del totale); l'attenuazione degli effetti della recidiva quale presupposto ostativo per l'ammissione dei condannati alle misure alternative alla detenzione carceraria; una incisiva depenalizzazione dei reati per i quali la previsione di una sanzione diversa da quella penale può avere una efficacia di prevenzione generale non minore; aumentare la capienza complessiva degli istituti penitenziari».

USARE AMNISTIA E INDULTO ASSIEME - Tutte misure opportune, ha precisato il capo dello Stato, che però presentano un problema: «Tutti i citati interventi appaiono parziali, in quanto inciderebbero verosimilmente 'pro futuro' e non consentirebbero di raggiungere nei tempi dovuti il traguardo tassativamente prescritto dalla Corte europea. Ora servono rimedi straordinari. L'opportunità di adottare congiuntamente amnistia e indulto deriva dalle diverse caratteristiche dei due strumenti di clemenza. L'indulto, a differenza dell'amnistia, impone di celebrare comunque il processo per accertare la colpevolezza o meno dell'imputato e, se del caso, applicare il condono, totale o parziale, della pena irrogata (e quindi non elimina la necessità del processo, ma annulla, o riduce, la pena inflitta)».

PARLAMENTO SCELGA DOVE APPLICARE AMNISTIA - Il capo dello Stato ha chiarito che sarà il Parlamento a dover decidere a quali reati applicare l'amnistia: «Per quanto riguarda l'ambito applicativo dell'amnistia, ferma restando la necessità di evitare che essa incida su reati di rilevante gravità e allarme sociale (basti pensare ai reati di violenza contro le donne), non ritengo che il presidente della Repubblica debba - o possa - indicare i limiti di pena massimi o le singole fattispecie escluse. La 'perimetrazione' della legge di clemenza rientra infatti tra le esclusive competenze del Parlamento e di chi eventualmente prenderà l'iniziativa di una proposta di legge in materia».

CON INDULTO VIA SOVRAFFOLLAMENTO - Secondo il presidente Napolitano l'effetto combinato dei due provvedimenti (un indulto di sufficiente ampiezza e una amnistia avente ad oggetto fattispecie di non rilevante gravità) potrebbe conseguire rapidamente i seguenti risultati positivi: «L'indulto avrebbe l'immediato effetto di ridurre considerevolmente la popolazione carceraria. Dai dati del DAP risulta che al 30 giugno 2013 circa 24mila condannati in via definitiva si trovavano ad espiare una pena detentiva residua non superiore a tre anni; essi quindi per la maggior parte sarebbero scarcerati a seguito di indulto, riportando il numero dei detenuti verso la capienza regolamentare».

CON AMNISTIA ALLEGGERIMENTO TRIBUNALI - L'amnistia, ha proseguito il capo dello Stato, «consentirebbe di definire immediatamente numerosi procedimenti per fatti 'bagatellari' (destinati di frequente alla prescrizione se non in primo grado, nei gradi successivi del giudizio), permettendo ai giudici di dedicarsi ai procedimenti per reati più gravi e con detenuti in carcerazione preventiva. Ciò avrebbe l'effetto - oltre che di accelerare in via generale i tempi della giustizia - di ridurre il periodo sofferto in custodia cautelare prima dell'intervento della sentenza definitiva (o comunque prima di una pronuncia di condanna, ancorché non irrevocabile). Inoltre, un provvedimento generale di clemenza - con il conseguente rilevante decremento del carico di lavoro degli uffici - potrebbe sicuramente facilitare l'attuazione della riforma della geografia giudiziaria, recentemente divenuta operativa».

MAI USATO MESSAGGIO A CAMERE PERCHÉ INEFFICACE - Nel finale Napolitano ha spiegato perché è intervenuto solo oggi con un atto formale di richiamo al Parlamento: «Nel corso del mandato conferitomi con l'elezione a presidente il 10 maggio 2006 e conclusosi con la rielezione il 20 aprile 2013, ho colto numerose occasioni per rivolgermi direttamente al Parlamento al fine di richiamarne l'attenzione su questioni generali relative allo stato del paese e delle istituzioni repubblicane, al profilo storico e ideale della nazione. Ricordo, soprattutto, i discorsi dinanzi alle Camere riunite per il 60° anniversario della Costituzione e per il 150° anniversario dell'Unità d'Italia. E potrei citare anche altre occasioni, meno solenni, in cui mi sono rivolto al Parlamento. Non l'ho fatto, però, ricorrendo alla forma del messaggio di cui la Costituzione attribuisce la facoltà al Presidente. E ciò si spiega con la considerazione, già da tempo presente in dottrina, della non felice esperienza di formali 'messaggi' inviati al Parlamento dal Presidente della Repubblica senza che ad essi seguissero, testimoniandone l'efficacia, dibattiti e iniziative, anche legislative, di adeguato e incisivo impegno».