13 novembre 2019
Aggiornato 04:00
Presentato il simbolo

Ingroia e la «rivoluzione civile». Duro Arlacchi: «Ex PM guida formazione estremista»

L'ex Procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia si è candidato premier alla guida di una lista a suo nome per la «rivoluzione civile»: è questo il motto che compare sul simbolo presentato oggi alla stampa e che sovrasta il nome dell'ex procuratore aggiunto di Palermo e un disegno che richiama il popolo del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo

ROMA - L'ex Procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia si è candidato premier alla guida di una lista a suo nome per la «rivoluzione civile»: è questo il motto che compare sul simbolo presentato oggi alla stampa e che sovrasta il nome dell'ex procuratore aggiunto di Palermo e un disegno che richiama il popolo del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo. La Lista Ingroia è «alternativa al berlusconismo e al montismo» e il magistrato ha a lungo polemizzato anche con il Pd, reo di aver dimenticato le proprie «radici», che lui identifica nei nomi simbolo di Pio La Torre ed Enrico Berlinguer.

«Le liste sono ancora un cantiere aperto», ha precisato il neoleader, che ha ammesso di non avere ancora raggiunto l'accordo con l'ala movimentista, legata alle battaglie dei referendum su acqua e nucleare, raccolta nell'appello 'Cambiare si può' dell'altro ex magistrato Livio Pepino e del sociologo Marco Revelli. Mentre l'accordo con i partiti (Idv, Rifondazione, Pdci, Verdi e gli arancioni di Luigi de Magistris ma non quelli di Giuliano pisapia, schierato col Pd) c'è ed è blindato, a giudicare dalla risposta che Ingroia ha fornito a una domanda sulla presenza dei leader in lista: «Sarebbe una mortificazione superflua - ha affermato - pretendere che i partiti che partecipano a questa nuova realtà debbano rinunciare ai propri leader».
Tra i nomi forti della società civile che Ingroia ha citato come suoi candidati o simpatizzanti, oltre a Salvatore Borsellino (che però non ha ancora accettato il posto in lista), ci sono l'ambientalista milanese Milly Moratti, Gabriella Stramaccioni del network delle associazioni antimafia Libera, Flavio Lotti della Tavola della pace, Franco La Torre, figlio del segretario del Pci siciliano Pio La Torre, assassinato dalla mafia il 30 aprile del 1982. Proprio sulla figura di La Torre e sull'atteggiamento nella lotta alla mafia Ingroia ha incardinato la sua polemica con Piero Grasso, «procuratore antimafia scelto da Berlusconi» e con il Pd: «Chi porta l'eredità di Pio La Torre e di Enrico Berlinguer dovrebbe ricordarsi che la questione morale e la lotta alla mafia sono una priorità della politica».

Arlacchi: Ex pm guida formazione estremista - «L'attacco a tutto campo di Antonio Ingroia al segretario PD e al Procuratore Grasso non è così sconsiderato come sembra. E' animato dalla stessa logica che ha portato alla costruzione mediatica della figura di Ingroia e alla sua candidatura a capo di una formazione estremista». Lo dichiara in una nota Pino Arlacchi, europarlamentare PD, sociologo e amico e collaboratore di Giovanni Falcone.
«Dopo avere messo in piedi un'inchiesta che è la caricatura di quelle condotte da Falcone e giudicate da Grasso, perché senza prove né indizi, l'imperativo è quello di spararla sempre più grossa, in modo da poter fare la vittima politica nel momento della resa dei conti giudiziaria - prosegue Arlacchi -. Seguendo le tracce di altri PM meridionali che si sono dichiarati vittime della ragion di stato invece che della propria debolezza professionale, Ingroia si sta costruendo una linea difensiva in vista del flop della sua indagine su mafia-stato sul piano dibattimentale, nel caso ci arrivi».