21 aprile 2021
Aggiornato 01:00
Centrosinistra | Primarie PD

Bersani «scarica» D'Alema. Rivoluzione è la parola chiave

La verità è che qualche tensione c'era già da settimane e il dato di fatto è che il botta e risoposta pubblico andato in scena negli ultimi due giorni tra Pier Luigi Bersani e Massimo D'Alema è qualcosa di epocale nel Pd, un divorzio che rischia di coinvolgere tutto il gruppo dirigente

ROMA - Alla fine c'è stata pure una telefonata e i rispettivi staff assicurano che si è trattato di un colloquio assolutamente sereno durante il quale entrambi hanno capito le ragioni dell'interlocutore. Ma la verità è che qualche tensione c'era già da settimane e il dato di fatto è che il botta e risposta pubblico andato in scena negli ultimi due giorni tra Pier Luigi Bersani e Massimo D'Alema è qualcosa di epocale nel Pd, un divorzio che rischia di coinvolgere tutto il gruppo dirigente. «Si sono presi a schiaffi - chiosava Giuseppe Fioroni, uno di quelli che la 'rottamazione' non l'amano affatto - ma poi sarà la direzione a decidere le liste». Ma anche chi, come la prodiana Sandra Zampa, plaude alla mossa del segretario, parla comunque di «rivoluzione» in atto: «Bersani ci mette la faccia, ha diritto di essere l'unico protagonista. La rivoluzione doveva farla e l'ha cominciata».

«Rivoluzione» è la parola chiave. Il dato che non sfugge a nessuno, né a chi apprezza né a chi storce il naso, è che Bersani non ha solo «scaricato» D'Alema, come ha titolato subito Sky Tg24, ma ha praticamente 'scomunicato' tutto il vecchio gruppo dirigente del Pd, facendo capire che sono gradite solo poche e giustificatissime eccezioni alla regola del ricambio. Rosy Bindi si rifiuta di rispondere ai cronisti delle agenzie, ma chi ci ha parlato la racconta infuriata per la piega 'renziana' del segretario; Dario Franceschini e Anna Finocchiaro non hanno aperto bocca, Enrico Letta dice che nel 2013 si ricandiderà, sia pure «per l'ultima volta». In pratica, tutti i 'vecchi' (politicamente, non necessariamente di età) hanno vissuto molto male la presa di distanza del segretario, peraltro già nell'aria. L'unico che ha l'aria davvero serena è Walter Veltroni, che dopo aver spiazzato tutti con l'annuncio del suo ritiro può ora godersi lo spettacolo di un gruppo dirigente in piena fibrillazione. «E' un regalo a Renzi - hanno commentato parecchi 'big' del partito - lo insegue sul suo terreno, chissà se Bersani ha fatto bene i conti per le primarie...».

In realtà, non tutti sono d'accordo sui rischi che correrebbe Bersani alle primarie. «Le truppe di D'Alema? Non si trova più un dalemiano in giro già da un po'», commentava sarcastico un parlamentare ex Ppi. Altri, pure di provenienza Margherita, continuano a pensare che «al Sud se D'Alema stacca la spina le primarie diventano una battaglia...». Di sicuro, Bersani pare convinto da tempo della necessità di emanciparsi della tutela dei 'maggiorenti': già sulla scelta di indire le primarie c'era stato uno scontro con i 'big', discussione che si è ripetuta sulle regole. In entrambi i casi Bersani ha fatto di testa sua, di fatto imponendo agli altri le primarie 'aperte'.

La verità è che il segretario conosce bene la vocazione all'autodistruzione del partito e non vuole affatto cadere vittima di meccanismi che ha visto in funzione tante volte. Non è un caso che nelle ultime settimane sia trapelato il malumore di D'Alema, che si considerava poco tutelato, ma anche dell'area di Fassino e Franceschini, che pure sostiene Bersani: «Fa tutto da solo, non ascolta nessuno». Anche la Bindi si è lamentata, inutilmente, per le scorribande concesse a Renzi. Il fatto è che il sindaco ha concesso a Bersani l'opportunità di tentare una partita di «coraggiosa», come la definiscono alcuni deputati, appunto quella dell'emancipazione dal resto del gruppo dirigente. Io non rottamo, c'è la direzione che ha il potere di stabilire le deroghe, ha spiegato Bersani in queste ore, anche a D'Alema; ma, ha aggiunto il segretario, non mi si chieda di passare per l'uomo della conservazione, la ruota deve girare. A poco sono serviti gli avvertimenti di chi, a cominciare dallo stesso D'Alema, lo ha messo in guardia dal rischio di cedere al renzismo.

Le ricandidature, alla fine, ci saranno, perché è appunto l'assemblea a deciderle. Si vedrà cosa deciderà di fare D'Alema, certo l'ex premier non andrà a pietire un posto in Parlamento. Ma in realtà non dovrebbe avere bisogno di farlo perché, nonostante quello che dice lo statuto, la direzione può approvare le liste 'in blocco', deroghe comprese, senza la procedura umiliante della richiesta ufficiale. Ma il rapporto tra Bersani e D'Alema sembra definitivamente cambiato.